Durante gli anni della lira stavamo meglio o peggio rispetto ad oggi? Nonostante le opinioni differenti tra gli italiani, prevale l’idea che in quel periodo godessimo di una certa sovranità monetaria, nonché economica, finanziaria e politica. Tuttavia, questi sono ricordi che possono sembrare distorti, spiegabili non solo con la nostalgia per i tempi passati. Più che una rimozione collettiva degli aspetti negativi, ciò che emerge è un confronto tra periodi storici distinti per le politiche economiche adottate. Oggi, dobbiamo apportare sacrifici per bilanciare i conti pubblici, spesso a causa dei debiti ereditati dai governi del passato che molti rimpiangono. È facile ricordare con piacere i tempi in cui eravamo più spensierati.
La lira e la limitata libertà di movimento valutario
Parlando di sovranità, potrebbe sorprendere apprendere che durante l’epoca della lira ne avevamo persino meno di oggi. Prima di dimostrarlo con dati concreti, è importante chiarire un malinteso: essere sovrani non significa poter fare tutto ciò che si desidera. Se fosse così, nessuno rinuncerebbe mai volontariamente alla propria sovranità in alcun campo. La realtà è che le leggi economiche sono valide ovunque e in ogni epoca.
Gli Stati Uniti non sono forse considerati sovrani? Eppure, anche loro, nonostante il dollaro, sono costretti a negoziare con la realtà. Dopo decenni di politiche fiscali permissive, ora anche loro devono confrontarsi con i mercati. Lo stesso accadeva in Italia ai tempi della lira. Eravamo così “sovrani” che il nostro tasso di cambio rispetto alle altre valute europee poteva oscillare del +/-6% rispetto alla parità.
Questo margine era lo stesso stabilito per il Regno Unito, la Spagna e il Portogallo, ma ben superiore al +/-2,25% previsto per le altre valute. Questo sistema rimase in vigore dal 1979 al 1999 con il Sistema Monetario Europeo (SME), dal quale l’Italia dovette uscire temporaneamente nel 1992 a causa della svalutazione della lira.
Deficit cronici e elevati
Già prima, cioè tra il 1944 e il 1971, la lira e le altre valute occidentali erano ancorate al dollaro con un tasso di cambio fisso. Il dollaro, a sua volta, era convertibile in oro. In realtà, durante l’epoca della lira, la sovranità che crediamo di ricordare non esisteva affatto. Ci fu un periodo di transizione caotico e confuso tra il 1971 e il 1979, dal sistema di Bretton Woods al SME, che nessuno in Europa rimpiange.
Siamo davvero sicuri di essere stati padroni del nostro debito pubblico? Negli anni Settanta e Ottanta, l’inflazione in Italia era altissima, raggiungendo la doppia cifra dal 1973 al 1984. Le crisi petrolifere del ’73 e ’79 furono solo l’inizio. Il resto fu compiuto dalla politica monetaria accomodante della Banca d’Italia, costretta a finanziare i grandi deficit dei governi di turno. Questo continuò fino al “divorzio” con il Tesoro nel 1981. I governi spendevano molto, davvero molto. Escludendo gli interessi sul debito, il deficit annuale negli anni Ottanta era del 3,3% rispetto al PIL. A confronto, il 2024 ha chiuso con un avanzo primario dello 0,4% e prima del Covid eravamo sopra l’1,5%.
Monetizzazione del debito e tassi d’interesse elevati
I deficit elevati provocavano alti tassi d’inflazione attraverso il processo di monetizzazione. La Banca d’Italia comprava tutto il debito invenduto alle aste, essenzialmente “stampando moneta”. Questo era mal visto sia in Italia che all’estero. Chi acquistava titoli di stato italiani, lo faceva per scadenze brevi e chiedendo rendimenti elevati, come protezione dall’alta inflazione e dal rischio di credito. Si temevano anche le frequenti svalutazioni del cambio. Infatti, anche sotto lo SME, avendo tassi d’inflazione molto più alti rispetto ai nostri partner europei, ogni tanto eravamo costretti a svalutare per mantenere la competitività.
Quali furono le conseguenze di questi squilibri? La spesa per gli interessi raddoppiò negli anni Ottanta all’8,8% del PIL (4% nel 2024), rappresentando alla fine del decennio l’80% del deficit. Questo era esploso all’11% del PIL, portando il rapporto debito/PIL dal 55,9% al 92,3%. Lo Stato si indebitava così tanto che non riusciva più a collocare tutto il debito sul mercato domestico. Almeno, non tutto in lire. E così dovette ricorrere sempre più a emissioni di titoli di stato in valuta estera, principalmente in dollari. Un modo per tranquillizzare gli investitori riguardo all’inflazione e alla svalutazione e per trovare fonti sicure di finanziamento.
Nell’era della lira con debiti in dollari
Il debito in valuta estera rappresentava solo lo 0,50% del PIL nel 1980, meno dell’1% del totale. Nel 1995 raggiunse l’8,4%, equivalente al 7% dello stock. In valore, più di 83 miliardi di euro attuali. Tanto per la sovranità! Ai tempi della lira, siamo stati costretti sempre più a rivolgerci ai mercati internazionali per indebitarci. Oggi, il debito non in euro vale appena lo 0,1% del PIL. Di conseguenza, ogni volta che la lira si svalutava, il valore di quel debito aumentava rispetto al PIL e peggiorava i nostri saldi fiscali. Va bene la nostalgia, ma è importante ricordare tutto senza alcuna memoria selettiva.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



