Non è stata una buona settimana per Leonardo Maria del Vecchio, che ha visto rifiutata la sua richiesta di patronage dal Consiglio di Amministrazione di Delfin. Hanno espresso parere favorevole il presidente Francesco Milleri e il notaio della famiglia Mario Notari; hanno votato contro il CEO Romolo Bardin, Giovanni Giallombardo e Aloyse May. Questo risultato spinge verso l’ipotesi del riacquisto delle azioni della holding, sebbene con alcune complicazioni.
Riacquisto di Delfin post CDA?
Per capire meglio cosa è successo, il 27 aprile scorso, l’assemblea dei soci ha accettato la proposta di Leonardo Maria di acquistare le azioni possedute dai fratelli Luca e Paola per un valore totale di 10 miliardi.
Per questo scopo, il membro più giovane della famiglia Del Vecchio aveva organizzato un grande prestito con Unicredit, Crédit Agricole, BNP Paribas e altri. Queste banche avevano richiesto come garanzia le azioni, sia il 12,50% già in possesso dell’acquirente sia il 25% da acquisire. Tuttavia, una mossa del genere necessita dell’approvazione unanime dei soci.
Leonardo Maria aveva richiesto alla società finanziaria una lettera di impegno per il caso di inadempienza. Gli altri soci avrebbero garantito alle banche l’esercizio del diritto di prelazione/riacquisto nel caso le azioni date in pegno venissero espropriate. La maggioranza dei consiglieri ha votato contro, chiudendo questa possibilità. Nel frattempo, BNP Paribas si era già ritirata dall’accordo. Per il giovane di 31 anni, il problema rimane come ottenere la maggioranza assoluta. Oltre a Luca e Paola, anche Clemente e Rocco Basilico intendono vendere. Complessivamente, detengono la metà del capitale, valutato 20 miliardi.
Un risiko bancario più intrigante
L’ammontare necessario per un singolo socio sarebbe colossale. Qui si profila la soluzione del riacquisto da parte della stessa Delfin. L’azienda guidata da Milleri acquisterebbe tali azioni, probabilmente non in un’unica soluzione. Utilizzerebbe le riserve messe da parte per 7 miliardi e nel frattempo continuerebbe a riscuotere profitti, che nel 2025 sono stati di 1,5 miliardi. Il grosso guadagno verrebbe dalla cessione delle partecipazioni finanziarie: il 17,50% di Monte Paschi di Siena vale attualmente più di 5,70 miliardi e il 10,15% di Generali circa 6,60 miliardi. Altri 3,13 miliardi verrebbero dalla vendita del 2,7% in Unicredit.
Una volta completato il riacquisto, Delfin controllerebbe metà del capitale e la sola quota di Leonardo Maria aumenterebbe al 25% del capitale rimanente. Aggiungendo anche la nuda proprietà della quota materna, salirebbe al 50%. Questo scenario complica ulteriormente il risiko bancario, poiché sarebbe necessario capire a chi Delfin potrebbe vendere partecipazioni così grandi e strategiche. Nelle settimane scorse, Unicredit aveva proposto uno scambio azionario con nuove azioni proprie in cambio della quota in Generali. La holding ha rifiutato per motivi pratici: ha bisogno di liquidità, non di altre azioni.
Urgenza di vendere o prestito ponte?
Se partecipasse all’OPAS di Intesa Sanpaolo, incasserebbe oltre 530 milioni di euro e riceverebbe più di 850 milioni di azioni emesse dall’offerente.
Tuttavia, l’interesse principale rimane quello di monetizzare le azioni quanto prima. Ad aderire a Delfin, dovrebbe attendere fino alla conclusione dell’operazione per vendere. L’urgenza potrebbe spingerla a vendere prima – dovendo però trovare un grande acquirente interessato – o a richiedere alle banche un prestito ponte a condizioni meno onerose rispetto a quelle concordate dal suo socio.
Martedì 30, si terrà l’assemblea dei soci e in quell’occasione Leonardo Maria avrebbe dovuto chiudere l’acquisto delle azioni dai fratelli Luca e Paola. Sono trascorsi 4 anni dalla scomparsa del padre Leonardo e la questione rimane intricata. Esiste anche l’ipotesi di ricorrere al fondo Apollo come alternativa o in aggiunta alle banche, ma si dice che gli interessi richiesti sarebbero superiori ai 400 milioni offerti dalle ultime. Ecco perché il riacquisto per Delfin sta diventando un’opzione sempre più valida, benché di per sé complessa e con implicazioni sul risiko bancario. Staccarsi da Unicredit, in particolare, ridurrebbe il potere negoziale di Andrea Orcel.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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