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Iran e Hormuz: Strategia di Controllo Senza Conflitto Diretto!

Hormuz come leva: perché l’Iran potrebbe preferire il controllo stabile allo scontro diretto
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Pubblicato da Enzo Conti
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L’Iran utilizza lo Stretto di Hormuz come strumento di negoziazione, mirando a un controllo duraturo post-conflitto.

Un’errata valutazione da parte degli Stati Uniti potrebbe aver facilitato l’accesso dell’Iran al controllo effettivo dello Stretto di Hormuz, causando impatti significativi e duraturi sia in termini geopolitici che economici. Da fine febbraio, subito dopo l’avvio degli attacchi da parte di USA e Israele, il governo islamico ha bloccato il passaggio delle navi con azioni mirate a scoraggiare le equipaggi. Da quel luogo, fino a poco tempo fa, venivano esportati circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, rappresentando un quinto dell’offerta globale. Inoltre, un terzo del Gas Naturale Liquido trasportato via mare passava attraverso il Golfo Persico.

Il blocco di Hormuz ha causato un’impennata nei prezzi di petrolio e gas. Il Brent ha registrato un aumento del 60%, raggiungendo circa 110 dollari al barile nelle ultime sessioni, mentre il prezzo del gas alla Borsa di Amsterdam ha visto un incremento similare, superando i 50 euro per megawattora. L’Iran ha sfruttato questa situazione per esercitare una forte pressione sull’amministrazione Trump, massimizzando l’impatto globale. Non avrebbe potuto vincere un conflitto militare diretto contro una superpotenza come gli Stati Uniti, quindi ha cercato strategie alternative economicamente vantaggiose e altamente efficaci.

Il controllo iraniano su Hormuz

Pur essendo un’ammissione sgradita, è innegabile che l’Iran stia ottenendo successo. I leader del regime a Teheran sono stati eliminati uno dopo l’altro, a partire dall’ex ayatollah Khamenei. Nonostante ciò, la dittatura brutale persiste, la popolazione non si è ribellata dopo essere stata repressa duramente nelle proteste di gennaio e i suoi avversari stanno lottando per concludere un conflitto che si è rivelato molto più costoso e impopolare del previsto. Hormuz rappresenta quella carta vincente che il presidente Donald Trump aveva lamentato di non avere durante un discorso con l’interlocutore Volodymyr Zelensky, in una visita agitata alla Casa Bianca oltre un anno fa. Paradossalmente, l’Iran potrebbe ritenere di poter prevalere anche dopo la fine delle ostilità.

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Secondo le dichiarazioni di Trump, gli attacchi cesseranno entro aprile, anche senza la riapertura di Hormuz. Entro quella data, il magnate promette di ridurre l’Iran “all’età della pietra”. L’invio di truppe di terra rimane un’opzione, ma estremamente impopolare in patria in un periodo elettorale. Inoltre, potrebbe non portare ai risultati sperati. Se non dovesse causare la caduta del regime, che controlla un vasto territorio di 1.648.000 km2, il versamento di sangue non garantirebbe la liberazione dello stretto. Basterebbe la minaccia di attacchi alle navi per impedirne il passaggio.

Tariffe imposte alle navi in transito

L’Iran ha iniziato a richiedere un pedaggio di 2 milioni di dollari per ciascun passaggio di petroliere attraverso Hormuz, pur offrendo tariffe ridotte a nazioni “amiche” come Russia, Pakistan, Cina, Iraq e India. Se consentisse il passaggio delle quasi 150 navi al giorno che transitavano prima del conflitto, potrebbe incassare circa 9 miliardi di dollari al mese, oltre 100 miliardi all’anno.

Tuttavia, l’Iran ha deciso di non permettere il transito di carichi provenienti da stati nemici e, finché persistono gli attacchi contro di lui, manterrà alta la pressione su Washington, causando una cronica carenza di energia.

Obiettivi a lungo termine: sanzioni e controllo dello stretto

L’obiettivo finale è costringere la Casa Bianca a negoziare non solo la fine del conflitto, ma anche per ottenere un controllo stabile su Hormuz e la rimozione delle sanzioni sulle sue esportazioni di petrolio. L’Iran si è scoperto più forte di quanto pensasse, in parte perché non deve rendere conto a un’opinione pubblica significativa. Chi si oppone, semplicemente muore. Sta riuscendo a esportare tra 1,5 e 2 milioni di barili al giorno a prezzi molto più alti rispetto ai livelli pre-bellici. Lo sconto sul Brent, che a fine febbraio era di 10 dollari al barile, è ora ridotto a pochi dollari. Ciò indica che i clienti non temono più l’embargo USA, data la loro urgente necessità di importare energia.

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L’Arabia Saudita sta deviando 7 milioni di barili al giorno attraverso il pipeline Est-Ovest, che sbuca sul Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti stanno facendo transitare altri 1,5 milioni di barili al giorno attraverso il Golfo dell’Oman. Anche considerando la quota iraniana, la mancanza di petrolio dal Golfo Persico si stima attorno ai 10 milioni di barili al giorno. Questa quantità è significativa e non facilmente compensabile nel breve e medio termine dagli altri produttori globali. Ed è su questo che l’Iran sta facendo leva. Se gli USA desiderano vedere una riduzione dei prezzi del carburante prima delle elezioni di novembre, dovranno cedere.

Incremento delle entrate per Teheran con la concessione USA

Immaginate se, durante le trattative, segrete o meno, i Guardiani della Rivoluzione, i veri detentori del potere in Iran, chiedessero a Trump due cose: la fine dell’embargo e il riconoscimento del controllo “de facto” di Hormuz. E immaginate se il presidente fosse costretto ad accettare, spinto dalla necessità di minimizzare i danni all’economia americana (e globale) già significativi.

Il giorno dopo, Teheran potrebbe iniziare a riscuotere il pedaggio su tutte le navi che attraversano lo stretto, non solo quelle cariche di petrolio e gas, ma anche di merci solide.

Se applicasse una tariffa di 10 dollari al barile sui 10 milioni di barili menzionati, incasserebbe 100 milioni al giorno, oltre 35 miliardi all’anno. Ciò rappresenterebbe il 10% del suo PIL. Nel frattempo, avrebbe la possibilità di esportare petrolio a prezzi “pieni”, senza dover eludere le sanzioni americane in modo clandestino, e probabilmente esporterebbe anche di più. Solo l’eliminazione dello sconto sul Brent porterebbe almeno altri 5 miliardi all’anno. Gli stati del Golfo accetterebbero, dato che l’alternativa sarebbe perdere centinaia di miliardi in profitti a causa del blocco altrimenti imposto sul transito.

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Hormuz per l’Iran è una questione di condivisione dei profitti

Per quanto riguarda il gas, circa 110 miliardi di metri cubi vengono trasportati annualmente attraverso Hormuz, e anche in questo caso l’Iran potrebbe introdurre un pagamento fisso per aumentare i suoi guadagni. In poche parole, l’Iran sta considerando una politica di “profit sharing”: condividere gli enormi profitti generati dalle estrazioni di petrolio e gas nell’area, che nel paese sono stati limitati dall’embargo e dai bassi investimenti. Questa sarebbe una soluzione vantaggiosa a lungo termine per le finanze statali e per l’economia in generale. In un solo colpo, ridurrebbe il deficit e sosterrebbe la sua valuta, che è diventata praticamente inutile a causa della monetizzazione continua dei disavanzi fiscali. Forse, lo scenario che stiamo immaginando è un po’ troppo ottimistico. Tuttavia, appare molto più realistico rispetto a soltanto un mese fa. E questo evidenzia gli errori di calcolo commessi a Washington.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

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