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Iran in crisi, Russia trionfa: come il petrolio sta ridisegnando gli equilibri asiatici

Se l’Iran cade, la Russia incassa: il petrolio ridisegna gli equilibri in Asia
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Pubblicato da Enzo Conti
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La situazione in Iran è critica e potrebbe influenzare gli equilibri globali, con la Cina che osserva con apprensione e la Russia pronta a sfruttare le opportunità geopolitiche emergenti.

Il governo iraniano è vicino al crollo, a seguito di centinaia di vittime tra i manifestanti e diverse defezioni dalle forze di sicurezza, che si rifiutano di obbedire agli ordini di sparare sulla folla. La Cina monitora la situazione con ansia, limitandosi tuttavia a una dichiarazione ufficiale in cui il suo Ministro degli Esteri sostiene il rispetto della sovranità nazionale contro le interferenze straniere, in particolare quelle americane. La Cina rappresenta il principale mercato per il petrolio iraniano, e questi eventi geopolitici in Asia potrebbero aprire nuove porte alla Russia di Vladimir Putin.

Petrolio e Dinamiche Geopolitiche in Asia

Nel 2025, l’Iran ha esportato verso la Cina una media di 1,38 milioni di barili di petrolio al giorno, raggiungendo picchi di 1,8 milioni a giugno, che corrispondono a oltre l’80% delle sue esportazioni di petrolio.

Le cifre ufficiali non sono completamente affidabili in quanto l’Iran è formalmente sotto embargo e non dovrebbe esportare petrolio. Nonostante ciò, le immagini satellitari mostrano un’intensa attività navale nell’Oceano Indiano. Per evitare le sanzioni secondarie, l’Iran utilizza il metodo degli scambi “ship-to-ship”, trasferendo il petrolio da navi iraniane a navi anonime o registrate sotto altre bandiere, che poi lo trasportano nei porti cinesi.

Il petrolio iraniano rappresenta ormai il 13-14% delle importazioni totali di petrolio della Cina, con un ulteriore 5-6% proveniente dal Venezuela. La crisi attuale potrebbe privare Pechino di un quinto del suo fabbisogno giornaliero di petrolio. Nonostante ci sia un eccesso di offerta sul mercato globale, che dovrebbe continuare nei prossimi trimestri, sia Teheran che Caracas vendono il loro petrolio a prezzi scontati a causa dell’embargo.

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La Cina rischia di perdere accesso a energia a basso costo

La caduta del regime degli ayatollah potrebbe interrompere le esportazioni verso la Cina, privandola di una fonte cruciale di energia a basso costo. La situazione è seguita con interesse anche dalla Russia di Vladimir Putin, anch’essa sotto embargo e costretta a reindirizzare le sue esportazioni di petrolio precedentemente destinate all’Europa. Il petrolio Ural russo è venduto con uno sconto fino al 35% rispetto al prezzo di mercato internazionale.

La Russia già esporta tra 2,2 e 2,4 milioni di barili al giorno verso la Cina. Se l’Iran dovesse collassare, Mosca sarebbe pronta a prendere il suo posto, garantendo così un ampliamento del proprio mercato e riducendo la dipendenza dall’Europa. È probabile che le aziende cinesi continuino ad acquistare a prezzo scontato, ma aumentando la loro dipendenza energetica da un alleato problematico. La geopolitica asiatica sarebbe riscritta a vantaggio di Mosca e a svantaggio di Pechino. In caso di crollo del regime iraniano, le esportazioni potrebbero essere dirottate verso l’Occidente.

La reazione degli USA all’attivismo cinese

Si pone la questione del perché la Cina, che ha molto da perdere dalla potenziale caduta di Teheran, mantenga una posizione così cauta. Pechino non sta alzando la voce contro gli Stati Uniti, nonostante le minacce di un intervento militare da parte del presidente Donald Trump a supporto delle proteste. A Washington interessa più sottrarre il petrolio ai propri nemici per renderli meno competitivi, piuttosto che garantirsi un maggiore approvvigionamento. Si tratta della geopolitica della forza, che non considera il passivismo americano dei decenni passati rispetto all’attivismo cinese in Africa, America Latina, Europa e Asia.

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Putin sorride, conscio del fatto che una ridefinizione geopolitica in Asia potrebbe favorire il suo settore petrolifero e aumentare la sua influenza sulla seconda economia mondiale e principale alleato internazionale. Finora, Pechino ha evitato di ripetere l’errore dell’Europa, che si è affidata troppo al gas russo. Ha potuto diversificare le sue fonti di approvvigionamento grazie alla chiara violazione delle sanzioni USA. Ma ora la festa è finita. Trump ha spento le luci, ed è tempo di pagare.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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