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PIR e PMI: Rivoluzione imminente o fallimento annunciato? Scopri tutto ora!

Riformare i PIR per salvare le PMI: Vera svolta o l’ennesimo flop?
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Pubblicato da Enzo Conti
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Discutiamo della riforma dei PIR, un’iniziativa che in passato aveva generato grandi aspettative, ma che si è rivelata deludente in pratica.

Si prospetta un periodo di riforme per i Piani Individuali di Risparmio, meglio noti come PIR, a dieci anni dalla loro implementazione per legge. La Prima Ministra Giorgia Meloni ha l’intenzione di migliorare questo strumento per favorire le piccole e medie imprese italiane, criticando gli investimenti insufficienti nell’economia reale da parte dei fondi pensione. Durante l’assemblea di Confindustria di questa settimana, ha evidenziato l’anomalia dei “260 miliardi dei lavoratori” investiti solamente per 40 miliardi nel settore produttivo nazionale. Assogestioni ha espresso il suo apprezzamento per l’attenzione alla revisione di uno strumento che, negli anni precedenti, aveva creato grandi speranze ma che si è dimostrato un fallimento parziale.

Funzionamento dei PIR

Il PIR è uno strumento di investimento che offre significativi benefici fiscali. I guadagni generati sono esenti da tasse e gli investimenti non sono soggetti a imposte di successione. Tuttavia, ci sono diverse restrizioni da rispettare. In primis, i fondi devono allocare almeno il 70% del capitale in obbligazioni e azioni emesse da compagnie basate in Italia. Di questo 70%, almeno il 25% deve essere investito in società non incluse nell’indice FTSE MIB e un ulteriore 5% in aziende escluse anche dall’FTSE Mid Cap.

Ogni individuo può investire fino a 40.000 euro all’anno e un massimo di 200.000 euro in totale, ma non può detenere più di un PIR. Questo deve essere conservato per almeno 5 anni, altrimenti i vantaggi fiscali vengono meno. Dal 2020 sono disponibili anche i PIR alternativi, una forma ancora più limitativa che richiede che il 70% delle risorse sia investito in obbligazioni o azioni di società fuori dagli indici FTSE MIB e FTSE Mid Cap.

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I limiti di investimento sono aumentati: 300.000 euro all’anno e fino a 1,5 milioni in totale.

Investimenti insufficienti

Alla fine del 2025, gli asset gestiti dai fondi conformi ai “PIR” si attestavano a 26 miliardi di euro. Di questi, 2,3 miliardi erano relativi ai PIR alternativi. Questi numeri sono considerati insoddisfacenti, dato che parliamo di uno strumento attivo da un decennio. In definitiva, rappresentano poco più dell’1% del PIL. È da anni che si discute su quali riforme implementare per facilitare gli investimenti. Un punto critico è rappresentato dalle limitazioni imposte agli investitori. Tuttavia, i dati mostrano una realtà diversa: l’investimento medio in un PIR ordinario è di circa 15.000 euro e in un PIR alternativo di 120.000 euro, entrambi ben al di sotto dei limiti massimi consentiti.

Proposte di riforma

Qual è il principale ostacolo? La scarsa conoscenza di questo strumento, senza dubbio. Ma un altro fattore che ne riduce l’attrattiva è il periodo di attesa minimo di 5 anni per poter disinvestire senza tasse. Il governo vorrebbe ridurre questo periodo, permettendo così alle famiglie con necessità di liquidità di ritirarsi dal mercato prima senza perdere i benefici fiscali. Inoltre, per i PIR alternativi sottoscritti dal 2021 è previsto anche un credito d’imposta del 10% per compensare le minusvalenze entro i successivi 15 anni. Un’altra proposta sarebbe di aumentare questa percentuale al 20% e di ridurre il periodo di tempo per le compensazioni.

PIR più flessibili o rischio di fallimento

Per questi motivi, gli operatori del settore chiedono al governo di rendere più flessibili tali vincoli, magari permettendo ai fondi di scendere temporaneamente sotto i minimi stabiliti. D’altra parte, anche le aziende che noi consideriamo “grandi” nel contesto internazionale non se la passano molto meglio. Sono spesso sottocapitalizzate e con un accesso limitato ai mercati dei capitali. L’idea di espandere le PMI per legge non è efficace, mentre ci sarebbe sicuramente bisogno di realtà aziendali più solide per competere a livello internazionale e investire in innovazione tecnologica, come l’intelligenza artificiale. I PIR, nella loro forma attuale, hanno un impatto limitato.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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