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Superbonus: Scontro Acceso tra Governo e Movimento 5 Stelle! Scopri i Dettagli

Il Superbonus continua a fare litigare governo e Movimento 5 Stelle, ecco come stanno le cose
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Pubblicato da Enzo Conti
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La verità sull’ormai famoso Superbonus 110 e le sue controversie tra governo e Movimento 5 Stelle.

In un periodo di intensa attività legislativa per il bilancio, il confronto tra il governo di Giorgia Meloni e alcuni settori dell’opposizione si focalizza su una policy già implementata e legata all’ex premier Giuseppe Conte. Il Superbonus 110 continua a essere un punto di attrito tra il centro-destra e il Movimento 5 Stelle, con quest’ultimo che viene criticato per aver compromesso la finanza pubblica, a discapito di settori come la sanità e l’istruzione. I membri del Movimento, ormai non più al governo, sostengono che tali affermazioni siano infondate, argomentando che il generoso incentivo per la ristrutturazione edilizia ha contribuito a rilanciare il PIL dopo il crollo dovuto alla pandemia e che la misura aveva ricevuto ampio consenso politico.

Una Manovra di Bilancio 2026 prudente

Il quarto bilancio del governo Meloni per il 2026 si caratterizza per una certa austerità, essendo orientato alla protezione della solidità finanziaria dello stato. Questa direzione è stata ben accolta dai mercati, con lo spread che ha raggiunto i minimi dal 2009, attestandosi sotto i 70 punti, e le agenzie di rating che hanno promosso i titoli di stato italiani negli ultimi mesi. Secondo le dichiarazioni di Palazzo Chigi, l’assenza degli impatti negativi del Superbonus avrebbe permesso maggiori investimenti in settori cruciali come la sanità.

Il costo del Superbonus e le sue ripercussioni sul deficit

Qual è la principale critica tecnica mossa dal Movimento 5 Stelle? La narrativa proposta è ritenuta inaccurata perché il Superbonus viene contabilizzato solo come debito e non più come deficit. È necessario fare una distinzione importante. L’incentivo in questione prevedeva detrazioni fiscali pari al 110% delle spese per ristrutturazioni, detrazioni che potevano essere distribuite su un periodo di cinque anni. La misura ha riscosso successo grazie alla possibilità di ottenere uno sconto immediato in fattura.

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I proprietari di immobili trasferivano il credito alle imprese costruttrici, che a loro volta lo utilizzavano per ottenere sconti immediati presso le banche o per compensare le tasse nei bilanci correnti e nei successivi quattro anni.

Il costo totale del Superbonus è incerto e si stima possa variare da 128 a 200 miliardi di euro, influenzando meno di un ventesimo del patrimonio immobiliare nazionale. Non dimentichiamo gli effetti inflazionistici che l’incentivo continua a generare sui costi di ristrutturazione. Dal punto di vista contabile, questa enorme spesa è stata registrata come deficit negli anni in cui i crediti sono stati generati, ovvero all’inizio dei lavori. Tale scelta è stata fatta da Eurostat, permettendo al governo Meloni di avere una maggiore flessibilità finanziaria.

Fine dello sconto in fattura e riduzione delle detrazioni

Se questa spesa fosse stata registrata come deficit negli anni effettivi di detrazione, i bilanci pubblici avrebbero mostrato un rosso significativo per decine di miliardi di euro anche dopo il 2023. Sembra quindi che il Movimento 5 Stelle abbia ragione nel sostenere che il Superbonus non abbia limitato le loro capacità di manovra finanziaria. A parte per il 2023, quando a seguito di questa scelta contabile il deficit è effettivamente aumentato dal 4,5% previsto al 7,2% del PIL, l’impatto sul bilancio statale non sarebbe stato così marcato.

In realtà, la situazione è diversa da quella descritta. Il Superbonus è stato completamente assorbito nei bilanci dal 2020 al 2023, mentre i nuovi lavori avviati hanno un impatto minore sulle finanze pubbliche e i relativi costi sono distribuiti su cinque anni. Infatti, lo sconto in fattura è stato eliminato all’inizio dello scorso anno e la percentuale detraibile è stata ridotta fino al 65% per il 2025. I due principali driver di successo della misura sono stati intenzionalmente rimossi per contenere la crescita delle spese settimanali. Senza considerare il tema delle frodi, che meriterebbe una discussione a parte.

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Riduzione delle entrate fiscali

Tuttavia, il fatto che i bilanci non riflettano più questo aggravio di spesa non significa che il costo del Superbonus non continui a influenzare negativamente i saldi fiscali. Man mano che i contribuenti usufruiscono delle detrazioni, le entrate per lo stato risultano inferiori rispetto a quanto sarebbero state senza questo incentivo. Per il 2026, ad esempio, Meloni ha indicato una riduzione delle entrate di 40 miliardi di euro. Come si compensa? Emettendo più titoli di debito pubblico per coprire il fabbisogno di cassa, aumentando così la pressione sui rendimenti dei titoli di stato. Se lo stato aumentasse le spese in settori come sanità e istruzione, la pressione sui mercati finanziari sarebbe ancora più elevata e lo spread potrebbe rapidamente aumentare.

Maggiori interessi sul debito pubblico

Non si deve dimenticare un altro dato importante: indipendentemente se il costo sia di 130, 150 o 200 miliardi, le spese per il Superbonus hanno sicuramente generato più debito pubblico. E questo debito va onorato con il pagamento di interessi. Ai tassi di interesse attuali, parliamo di 3-5 miliardi di euro netti all’anno in più. Poiché il debito si rinnova a ogni scadenza, questi costi sono destinati ad aumentare nel tempo. Con questi tassi di interesse, in 20 anni avremo speso circa 80 miliardi e in 30 anni circa 120 miliardi. Per uno stato con margini di manovra limitati a causa dell’alto livello di indebitamento, ogni euro in più speso per interessi significa un euro in meno disponibile per altre voci di spesa più produttive.

In conclusione, affermare che il costo del Superbonus non impatti sul bilancio dello stato è una grossa incomprensione di finanza pubblica e di economia in generale.

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È vero che la misura ha contribuito alla crescita del PIL, ma ciò è avvenuto a debito e i risultati sono stati di breve periodo. Non ci sono stati stimoli strutturali e la capacità produttiva nel settore delle costruzioni è rimasta quasi invariata, mentre i prezzi sono aumentati. Tra il 2020 e il 2023, il costo medio delle costruzioni in Italia è aumentato del 18,7%, rispetto a un’inflazione generale del 16%. Curiosamente, i prezzi si sono stabilizzati nel 2024, dopo la fine dello sconto in fattura.

Costi del Superbonus molto superiori alle stime iniziali

Non sarebbe stato più saggio investire in infrastrutture, che tipicamente aumentano la capacità produttiva di un’economia nel medio-lungo termine? Gli effetti sulla crescita sarebbero stati forse meno immediati, ma più duraturi. È importante notare che il costo iniziale del Superbonus era stato stimato nel 2020 a 35 miliardi, mentre ora si stima che possa superare i 90 miliardi. Quanti ospedali e scuole avremmo potuto costruire o ristrutturare con queste risorse?

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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