Oggi si è svolto un incontro molto atteso a Pechino tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping. Il luogo scelto per l’evento non è stato altro che l’affascinante Tempio del Cielo, riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. Questo sito storico, dove un tempo si effettuavano sacrifici per chiedere abbondanti raccolti e pace, è stato testimone della discussione su come affrontare la fine della globalizzazione senza costi degli ultimi trent’anni, un tema che riguarda la riscrittura delle regole per un nuovo ordine mondiale.
La fine di una globalizzazione a costo zero dopo decenni
Approfondiamo questo concetto cruciale. Per tre decenni, l’Occidente ha goduto di prodotti a basso costo, principalmente dalla Cina. Questo ha permesso alle aziende occidentali di mantenere bassi i costi di produzione, facilitando la gestione dell’inflazione. I margini di guadagno sono stati consistenti e le catene di approvvigionamento estese sembravano assicurare un’elevata efficienza produttiva.
Anche la Cina ha beneficiato di questa situazione, esportando in grandi e ricchi mercati di sbocco e accedendo contemporaneamente alla tecnologia occidentale necessaria per colmare il notevole ritardo accumulato nei decenni e nei secoli precedenti. L’ampio surplus commerciale ha assicurato al Paese un flusso continuo di dollari, che sono stati in gran parte reinvestiti negli Stati Uniti acquistando titoli di debito. Si è trattato di una situazione “win-win”, apparentemente soddisfacente per tutti.
Verso un distacco programmato
Questo è stato il periodo della globalizzazione senza costi, in cui i benefici sembravano reciproci e automatici, regolati da “rules-based”. Tuttavia, un senso di insoddisfazione profonda covava da tempo tra l’opinione pubblica e successivamente tra le élite dirigenti occidentali.
Washington ora vede l’economia americana come eccessivamente dipendente dalla Cina, con rischi connessi in ambiti strategici, militari e tecnologici. Dalle terre rare ai semiconduttori, passando per il settore farmaceutico e le batterie per veicoli elettrici fino all’intelligenza artificiale, ora si ritiene più prudente un sano “decoupling”.
Per realizzare questa separazione, il governo americano sta puntando esplicitamente al “reshoring”, ovvero al rimpatrio delle catene produttive. Non si immagina un ritorno alle dimensioni nazionali di un tempo, ma piuttosto la creazione di catene in aree economiche più omogenee. L’Occidente ricollocherebbe le proprie produzioni al proprio interno, minimizzando i rischi menzionati e riducendo la pressione sui costi grazie a standard di vita simili nelle diverse economie che lo compongono. La competizione sulle imprese occidentali si attenuerebbe.
L’interdipendenza persiste
Tuttavia, la fine di questa globalizzazione senza costi sarà onerosa. Produrre più vicino a casa significa aumentare i costi e, di conseguenza, i prezzi al consumo. Inoltre, l’interdipendenza rimane: la Cina possiede le materie prime e l’Occidente i capitali. Uno senza l’altro non va da nessuna parte. E viceversa. Una certa forma di collaborazione rimane necessaria. Se Pechino dovesse vietare le esportazioni di terre rare, diremmo addio alla transizione energetica, all’IA e a gran parte dei prodotti elettronici ormai di uso quotidiano.
Non è un caso che Xi abbia citato Tucidide sulla possibilità di evitare conflitti attraverso la collaborazione.
Possibile scambio Iran-Taiwan
Questo è il cuore della questione nel vertice Trump-Xi. Le due maggiori potenze mondiali stanno negoziando le nuove regole globali. Come dimostra la guerra in Iran, l’isolamento in politica estera porta a impasse. Gli Stati Uniti sono finiti da soli nel vicolo cieco dello Stretto di Hormuz e per uscirne stanno cercando la mediazione cinese. A sua volta, la Cina ha bisogno che il conflitto termini il prima possibile, essendo dipendente dalle importazioni di petrolio dal Golfo Persico.
L’aiuto di Xi a Trump non sarà gratuito, specialmente dopo aver subito nell’ultimo anno una serie di dazi ed embarghi commerciali contro le proprie aziende. Ha già alzato la posta su Taiwan: l’America deve cessare la vendita di armi all’isola. Probabilmente, il compromesso sarà il mantenimento dello status quo per i prossimi anni, se non decenni. Non ci sarà la riunificazione tanto ambita dal governo cinese, ma nemmeno un riconoscimento diplomatico di Washington e dei suoi alleati delle istituzioni a Taipei.
Fine della globalizzazione senza costi con l’Europa marginale
In tutto ciò, l’Europa non è stata neanche consultata. Se in passato le posizioni del governo americano tenevano in considerazione gli interessi geopolitici del nostro continente, ora non è più così. L’emarginazione europea è totale. La fine della globalizzazione senza costi sta avvenendo sopra le nostre teste. Il miglior scenario possibile sarebbe che, per pura coincidenza, gli interessi americani a volte coincidano con i nostri. Sui dazi abbiamo avuto un assaggio: Washington chiude il suo mercato alla Cina, che dirotta le esportazioni in Europa, inondandola di prodotti a basso costo, aggravando la situazione delle imprese locali.
La stessa guerra in Iran rivela la condizione di estrema debolezza europea. I grandi si parlano tra loro e riescono in qualche modo a resistere per ora al caro energia. Al contrario, il Vecchio Continente subisce le conseguenze della chiusura di Hormuz senza alcun sollievo.
Non avendo risorse primarie e avendo già chiuso le importazioni dalla Russia, l’Europa rischia di dover fermare gli aerei e di imboccare la strada del “lockdown” energetico entro poche settimane. Di noi a Pechino nelle discussioni non c’è traccia.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
Articoli simili
- Trump impone dazi, ma la risposta non può essere la solita! Scopri perché.
- Trump e Bruxelles uniti contro Temu e Shein: la nuova era degli acquisti online dalla Cina!
- Iran in crisi, Russia trionfa: come il petrolio sta ridisegnando gli equilibri asiatici
- Allarme globale: il crollo imminente dello yuan scatena un terremoto finanziario!
- Attenzione: il Crollo dello Yuan Potrebbe Essere Imminente!

Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



