Il rapporto mensile dell’Associazione Bancaria Italiana, riferito a marzo, evidenzia un incremento del credito al settore privato, salito a 1.442 miliardi di euro rispetto ai 1.430,6 miliardi di febbraio. Anche su base annua, si osserva un aumento, ma focalizzarsi solo sui dati a breve termine potrebbe oscurare la visione d’insieme. Nonostante gli elevati tassi d’interesse di questi anni, le banche italiane non hanno adeguatamente supportato l’economia domestica. I numeri sono chiari: cinque anni fa, prima che la Banca Centrale Europea innalzasse i tassi, i prestiti al settore privato erano pari a 1.454,9 miliardi di euro.
Taglio del credito nonostante l’aumento dei tassi
In effetti, si è verificato un calo in termini assoluti del -0,9% e, in termini reali, questo supera il 20%.
Parallelamente, i depositi dei clienti residenti sono cresciuti da 1.750,6 a 1.864,1 miliardi di euro. In questo contesto, la quota di credito fornito dalle banche italiane è precipitata dall’83% al 77,4%. La situazione è ancora più grave se confrontata al Pil: dal quasi 80% a meno del 64%. Questo non è dovuto a una mancanza di risorse. Grazie ai tassi più alti, le banche hanno accumulato utili per 150 miliardi nel periodo 2022-2025. In borsa, il valore delle loro azioni è aumentato in media del 220% dalla fine del 2021.
Analizzando il differenziale tra gli interessi medi sui prestiti al settore privato e il costo della raccolta, si nota che negli ultimi 5 anni questo è aumentato dal 0,84% all’1,41%. Non è cresciuto quanto ci si aspettava, ma è comunque aumentato, sostenendo i margini d’interesse. Il resto è stato contribuito dai servizi, diventati ormai una componente fondamentale per le banche italiane, come per quelle del resto d’Europa.
E qui sta il punto: le banche non generano più la maggior parte dei loro profitti semplicemente prestando denaro, ma offrendo servizi ai clienti legati ai pagamenti e agli investimenti.
I servizi come nuovo business
Da uno quarto a un terzo dei ricavi proviene ormai da questa voce del bilancio, che nei paesi del Nord Europa supera già il 40%. Per le banche, si tratta di una transizione verso un modello di business più sicuro: il credito implica un rischio di controparte che spesso nemmeno i tassi più elevati possono bilanciare. Invece, i servizi rappresentano entrate immediate e certe, indipendentemente dall’esito di un investimento. Inoltre, attraggono il cliente in una relazione continua e redditizia.
Tuttavia, al settore privato non arrivano i fondi necessari per investire, acquistare immobili o sostenere consumi duraturi. Questo rappresenta un ostacolo per l’economia italiana, la cui crescita rimane stagnante anche post-pandemia e nonostante i 200 miliardi di investimenti pubblici disponibili attraverso il Pnrr dall’Unione Europea dal 2021 a oggi. Il credito non raggiunge le aree che ne hanno più bisogno, mentre i risparmi in banca finiscono per finanziare altri impieghi senza sfruttare appieno i tassi d’interesse più elevati del mercato.
Il risiko bancario tra vantaggi e rischi
Questa è la principale preoccupazione che porta il governo a monitorare attentamente il risiko bancario attuale.
Da un lato, questo permette un consolidamento del mercato che può migliorare i margini. Tuttavia, l’ultimo scenario desiderabile per il nostro sistema produttivo è che le banche si spostino all’estero e riducano ulteriormente il credito disponibile per la nostra economia. In tal caso, che i tassi siano alti o bassi non farebbe più molta differenza. Il cliente non riceverebbe adeguata assistenza in filiale, a prescindere dalle condizioni di mercato.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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