In solo qualche seduta, i prezzi delle materie prime hanno visto un decremento medio che supera il 6% sui mercati globali. Sia che si parli di petrolio, oro, argento, rame, o addirittura cacao e caffè (escludendo la varietà Robusta), i numeri sono in calo. Questi movimenti sono fortemente influenzati dagli ultimi sviluppi in termini di politica economica. Non ci sono state dichiarazioni di misure specifiche dalle principali economie avanzate che potrebbero aver provocato queste diminuzioni recenti. La notizia importante è stata l’annuncio del nuovo governatore della Federal Reserve. Dopo Jerome Powell, il cui secondo mandato termina a maggio, il ruolo sarà assunto da Kevin Warsh. La notizia è stata diffusa dalla Casa Bianca il mattino del 30 gennaio, confermando le voci della sera precedente.
Declino delle materie prime e rafforzamento del dollaro
La risposta dei mercati non si è fatta attendere, mostrando una reazione vigorosa, raramente osservata per un semplice cambio di leadership in una banca centrale. Il dollaro si è ripreso dai suoi minimi degli ultimi quasi quattro anni, portando a una svalutazione degli asset denominati nella valuta. Il prezzo del rame è diminuito da un valore di oltre 14.000 dollari per tonnellata ai circa 12.760 dollari attuali. Una caduta di oltre il 6%, poco se paragonata al -18% dell’oro e al 38% dell’argento. Il Brent ha perso circa il 5% e si è abbassato sotto i 66 dollari al barile, dopo aver superato i 70 dollari la settimana scorsa. La cautela di Washington riguardo un attacco all’Iran ha anche influenzato il calo.
Aspettative di tassi USA meno bassi
Che cosa ha causato una reazione così marcata? Warsh è visto come un “falco”, ovvero un sostenitore del controllo dell’inflazione attraverso l’aumento dei tassi di interesse.
Fino al giorno precedente, c’era una convinzione diffusa che Kevin Hassett sarebbe stato nominato capo della FED, un economista molto vicino al presidente e favorevole alla riduzione dei tassi per stimolare l’economia. Non solo “colomba”, ma anche estremamente accomodante verso la Casa Bianca, tanto da sollevare preoccupazioni sulla possibile perdita di indipendenza e credibilità dell’istituto, a danno della stabilità dei prezzi.
Gli Stati Uniti mantengono un’inflazione relativamente alta: 2,7% a dicembre, invariata rispetto a novembre. Con un obiettivo ufficiale del 2%, è necessario un calo prima di poter giustificare ulteriori riduzioni dei tassi. I tassi sono rimasti stabili al 3,50-3,75% a gennaio. Probabilmente Powell vorrà lasciare questa difficile decisione al suo successore, a meno che i dati macroeconomici non indichino diversamente. Gli investitori si aspettano due tagli del tasso dello 0,25% per quest’anno e nessuno per il 2027.
Banche centrali e aspettative inflazionistiche
Il crollo delle materie prime beneficia i consumatori, ma non tanto chi ha speculato al rialzo negli ultimi mesi. Esso riduce i costi di produzione e influisce negativamente sui prezzi al consumo. Presenta un’importante portata disinflazionistica, essenziale dopo anni di inflazione elevata causata, in particolare in Europa dal 2022, dall’aumento delle bollette. I mercati ci stanno offrendo una lezione gratuita: gran parte degli aumenti delle “commodities” è stata alimentata dalla speculazione, resa possibile dal basso costo del denaro.
E le banche centrali sono colpevoli di aver indotto queste aspettative tra gli investitori. Bastò la prospettiva di una politica sui tassi più tradizionale per eliminare i rialzi esagerati delle sedute più recenti.
Questo dimostra anche quanto i consumatori siano influenzati dalle politiche monetarie e fiscali più di quanto possano immaginare. Spesso, ci focalizziamo su dettagli minori, ignorando le questioni più ampie. Se il prezzo del petrolio sale, ci lamentiamo degli “speculatori” avidi, ignorando che la loro è una reazione naturale agli stimoli della politica monetaria, oltre che ai fondamentali del mercato. Questo è accaduto più volte negli ultimi decenni: quando le banche centrali hanno ridotto i tassi o hanno annunciato di volerlo fare in modo sostanziale, i prezzi delle materie prime sono schizzati. Questo ha alimentato l’instabilità finanziaria, con effetti negativi per l’economia globale, resa più vulnerabile alle incertezze.
Declino delle materie prime e un’apparenza di normalità monetaria
Promettere tassi più alti non è mai popolare. L’opinione pubblica tende a schierarsi quasi automaticamente a favore di chi è esposto nel mercato del credito, in particolare i mutuatari. L’altro lato della medaglia è rappresentato dai risparmiatori, che beneficiano dall’investire la loro liquidità. Anche i lavoratori spesso non si rendono conto che una politica di bassi tassi favorisce gli investimenti delle imprese a scapito del lavoro, svalutando i salari. Le banche centrali si rendono responsabili di distorsioni sul mercato con effetti collaterali spesso più gravi dei benefici sperati.
Il recente crollo delle materie prime riflette un’apparenza di normalità (ancora da dimostrare) nella gestione della politica monetaria nella principale economia mondiale. Sarebbe ancora più marcato se il Tesoro americano mostrasse realmente l’intenzione di ridurre il deficit, così come i suoi principali omologhi in Europa e Asia. Anche la disordinata politica fiscale di questi anni sta alterando gli equilibri sui mercati finanziari, portando a credere che la domanda interna rimarrà resiliente tra dazi, reshoring e il rallentamento dell’economia cinese. I debiti alimentano l’inflazione quasi quanto i bassi tassi. Anzi, i due fenomeni sono strettamente correlati.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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