Il presidente Donald Trump ha recentemente annunciato la firma di un accordo petrolifero tra gli Stati Uniti e il Venezuela. Il paese sudamericano esporterà verso gli Stati Uniti 50 milioni di barili di petrolio “di alta qualità” a prezzi correnti di mercato, per un valore totale di 2,8 miliardi di dollari. Trump ha affermato che controllerà personalmente questi fondi per assicurare che siano a beneficio delle popolazioni venezuelana e americana. L’annuncio, sebbene significativo, non sorprende del tutto, specialmente a seguito della cattura di Nicolas Maduro ad opera delle forze armate americane a Caracas, episodio dopo il quale Trump stesso ha preso in mano le redini delle risorse petrolifere e della transizione politica del paese andino.
Implicazioni dell’accordo petrolifero tra USA e Venezuela
L’importanza di questo accordo non è solo simbolica, ma rappresenta un cambio di paradigma nella geopolitica. Il Venezuela era uno dei principali esportatori di petrolio verso gli USA prima dell’ascesa al potere di Hugo Chavez alla fine degli anni Novanta. Nel 1998, il Venezuela esportava più di 500 milioni di barili all’anno negli USA, con una media mensile di quasi 42 milioni di barili. Nei primi dieci mesi dell’anno precedente, le esportazioni erano scese drasticamente a circa 42,50 milioni di barili totali, con una media mensile di 4,25 milioni di barili. Questo crollo del 90% ha avuto ripercussioni significative sull’economia venezuelana nell’ultimo decennio.
A causa dell’embargo e delle ridotte estrazioni, Caracas non è stata in grado di sostituire gli Stati Uniti con altri importatori. Durante gli anni migliori, il Venezuela riusciva a estrarre tra i 2,5 e i 3 milioni di barili al giorno, ma negli ultimi anni la produzione è scesa a soli 700.000-1 milione di barili giornalieri. Ha potuto esportare solo poche centinaia di migliaia di barili al giorno verso destinazioni ufficialmente segrete, ma conosciute, principalmente verso la Cina di Xi Jinping.
E tramite l’Iran, ha violato le sanzioni vendendo petrolio al principale rivale degli USA sullo scenario internazionale.
Trump si impone sulle materie prime contro Cina e Russia
L’annuncio rapido di questo accordo petrolifero tra USA e Venezuela serve anche a inviare un messaggio a Cina e Russia. Gli Stati Uniti vogliono dimostrare di non avere timori reverenziali per quanto riguarda le materie prime, grazie anche alla nuova rete di alleanze che stanno formando. Questo è il motivo per cui Trump sta alzando la voce anche in merito alla Groenlandia, che possiede vasti giacimenti di terre rare. Trump intende trattare con i suoi avversari non solo su un piano di parità, ma in una posizione di forza.
Fino ad ora, la geopolitica aveva costretto l’Occidente a una certa moderazione nei toni e nelle azioni nei confronti delle potenze rivali. Se l’Occidente possiede i capitali, gli altri possiedono le materie prime. Trump sta ribaltando questa situazione: l’America non vuole essere solo una potenza finanziaria, ma anche un leader nell’accesso alle risorse minerarie ed energetiche. L’effetto dell’annuncio di oggi può essere considerato “bearish” per il mercato del petrolio, che infatti ha visto un calo nei mercati internazionali.
L’OPEC si indebolisce, l’America Latina si allontana dai BRICS
Con l’aumento della produzione petrolifera, il Venezuela esporterà più petrolio negli USA, riducendo o eliminando la loro dipendenza dalle importazioni globali. Questo indebolisce ulteriormente il potere di ricatto dell’OPEC, che non è più il cartello forte e minaccioso degli anni Settanta, quando controllava metà dell’offerta globale di petrolio. Ora rappresenta meno di un terzo e in futuro potrebbe valere ancora meno. Il Venezuela, membro dell’OPEC, potrebbe ritirarsi e diventare un punto di forza dell’Occidente nelle fasi critiche. Con questo accordo, Trump mira a far calare i prezzi per ridurre l’inflazione interna e facilitare la riduzione dei tassi da parte della Federal Reserve, con un occhio alle elezioni di metà mandato a novembre, cercando di mantenere la maggioranza repubblicana al Congresso.
Chi critica gli USA per aver preso il controllo del petrolio venezuelano, come evidenziato dall’accordo, dovrebbe ricordare che Russia e Cina hanno agito allo stesso modo per decenni in tutta l’America Latina. Anzi, Mosca avrebbe potuto appropriarsi della raffineria Citgo, controllata dalla compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA, a causa dei debiti non pagati. Il governo americano ha impedito che ciò accadesse, evitando che i russi prendessero il controllo di un asset strategico sul suolo americano. La cattura di Maduro ha segnato la fine di questa situazione. Più che appropriarsi delle risorse di Caracas, Washington ha tagliato l’accesso ai suoi rivali asiatici. Le materie prime nel continente americano non saranno più di loro proprietà. Colombia, Brasile e altre economie minori sono avvisate.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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