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Iran e Venezuela in crisi: i mercati del petrolio sotto osservazione!

Anche l’Iran dell’ayatollah trema dopo il Venezuela, i mercati scrutano con attenzione il petrolio
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il settore petrolifero deve considerare anche la potenziale minaccia proveniente dall’Iran, dove il regime dell’ayatollah potrebbe crollare dopo quello del Venezuela.

Un altro governo è in bilico dopo l’arresto di Nicolas Maduro da parte delle forze armate statunitensi in Venezuela: quello dell’Iran dell’ayatollah Khamenei. Per una coincidenza, da settimane si respira un’atmosfera di ribellione, causata dalla decisione dei commercianti di chiudere le loro attività in segno di protesta contro il caro-vita. Fino a ieri, il numero di vittime confermate era salito a 16. Anche gli studenti hanno iniziato a protestare a causa della mancanza di opportunità lavorative. Una situazione che va in contrasto con la tendenza alla diminuzione dei prezzi del petrolio sul mercato. Se gli eventi a Caracas potrebbero portare a un aumento dell’offerta a medio termine, eventuali turbamenti geopolitici a Teheran avrebbero l’effetto opposto.

La crisi iraniana post Venezuela

Come dicevamo, i commercianti in Iran sono agitati da settimane. Si lamentano degli eccessivi aumenti dei prezzi delle importazioni, dovuti al collasso del cambio. Non sono più in grado di trasferire i costi sui prezzi al dettaglio, poiché questi sono diventati insostenibili per gran parte della popolazione. I loro margini di profitto si stanno riducendo e spesso scompaiono del tutto. I dati confermano la loro posizione. Ad ottobre, l’inflazione interna ha quasi raggiunto il 50%. Dal luglio 2021, l’indice dei prezzi è aumentato più di 4,43 volte, con un’inflazione media annuale del 42%. Nel medesimo periodo, il dollaro ha visto un aumento di valore di 5,53 volte rispetto al rial.

Il cambio in caduta libera

Nel mercato nero, il dollaro ha raggiunto ieri il nuovo picco storico di 1.424.500 rial. La moneta persiana ha perso così il 44% del suo valore in un anno. Il cambio ufficiale, però, è fissato a poco più di 42.000 rial. Questo contribuisce a prosciugare le riserve valutarie, rendendo impossibili le importazioni e causando una carestia diffusa di beni, anche di prima necessità. Uno scenario molto simile a quello del Venezuela di Maduro. Tuttavia, nonostante l’embargo, l’Iran continua a estrarre più di 3,2 milioni di barili di petrolio al giorno, rappresentando il 3% dell’offerta mondiale. Ancora più importante, ha il controllo dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano ogni giorno 20 milioni di barili. Se fosse bloccato, un quinto dell’offerta globale sarebbe a rischio.

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Trump minaccia un nuovo intervento diretto

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato un nuovo intervento in Iran dopo quello ordinato a giugno scorso, se il regime continuerà a sopprimere le proteste interne. La Repubblica Islamica è più debole che mai, avendo perso in pochi mesi alleati regionali come la Siria di Bashir al Assad, il Libano degli Hezbollah e assistendo al declino dei ribelli Houthi nello Yemen. Se le proteste dovessero intensificarsi come accadde nel 1979 contro lo scià, gli scioperi potrebbero interrompere le estrazioni e causare una diminuzione dell’offerta sul mercato globale dei petroli. Questo sarebbe l’effetto fino a quando non si verificherebbe un cambio di regime, il che porterebbe alla fine delle sanzioni e a uno scenario simile a quello venezuelano, vantaggioso per le economie che importano idrocarburi.

La minaccia post-Maduro per l’industria petrolifera iraniana

Se il Venezuela può prefigurare una disinflazione, l’Iran può muoversi nella direzione opposta, con numeri molto diversi. Fortunatamente, al momento questo rischio sembra molto limitato. Tuttavia, la riduzione dei prezzi di questi mesi, che potrebbe continuare con il ritorno di Caracas sui mercati internazionali, colpisce duramente l’economia iraniana. Questa non può permettersi una riduzione delle entrate in dollari, mentre ha già perso l’attività di contrabbando di petrolio dal Venezuela per esportarlo sui mercati asiatici nonostante le sanzioni.

Piuttosto che un intervento militare, Trump potrebbe considerare più vantaggioso e meno costoso in termini politici e di vite umane l’impatto negativo che una forte diminuzione dei prezzi del petrolio potrebbe avere sull’economia iraniana. Il consenso tra i cittadini è ormai basso da tempo, in particolare tra i giovani. L’ideologia islamista aveva per decenni unito la popolazione contro il nemico occidentale, ma ora che le condizioni di vita sono diventate insostenibili da tempo, nelle piazze si levano slogan espliciti contro gli ayatollah. Nonostante la retorica anti-sionista, negli ultimi mesi questi hanno dimostrato di non essere in grado di competere nemmeno con Israele sul piano militare. E la maggior parte della popolazione si chiede quale senso abbia ancora mantenere al potere un regime che non serve praticamente a nulla.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

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