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Deficit al 3%: Come il Governo Meloni Vuole Raggiungere l’Obiettivo Critico

Deficit al 3%: la sfida del governo Giorgia Meloni per centrare l’obiettivo
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Pubblicato da Enzo Conti
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L’Italia mira a raggiungere un deficit del 3% del PIL un anno prima del previsto, sebbene i dati preliminari del Ministero dell’Economia superino di poco questa soglia.

Un piccolo numero sta causando preoccupazione al governo di Giorgia Meloni da diverse settimane, diventando una vera e propria ossessione per la premier, in seguito alla sconfitta subita con il referendum costituzionale. Si tratta dell’obiettivo di ridurre il deficit al 3% del PIL già per il 2025. Questo limite di disavanzo fiscale è il massimo consentito dal Patto di Stabilità e, se non raggiunto, impedirebbe all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione in cui è coinvolta insieme ad altri Stati membri dell’UE, dopo che le regole sono state sospese per quattro anni a causa della pandemia.

Il deficit italiano al 3%, una questione di decimali

Secondo i dati preliminari rilasciati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze un mese fa, il deficit dovrebbe ridursi dal 3,4% del 2024 al 3,1% nel 2025.

Per un soffio non avremmo raggiunto l’obiettivo. Un decimo di punto percentuale, che in termini assoluti rappresenta circa 2 miliardi di euro. Si spera che i dati finali possano attestare una situazione leggermente migliore, sufficiente a raggiungere l’ambizioso traguardo.

Il mancato raggiungimento del 3% di deficit in Italia è principalmente dovuto all’effetto prolungato del Superbonus edilizio, che continua a gravare sul bilancio pubblico, sommando le vecchie agevolazioni con lo sconto in fattura a quelle più recenti. Perché è così cruciale per Roma uscire dalla procedura di infrazione? Ci sono diversi aspetti da considerare. Il primo è la credibilità internazionale. Le agenzie di rating hanno più volte migliorato il rating del nostro debito pubblico di recente, mentre lo spread BTp-Bund a 10 anni è sceso sotto i 60 punti base, il livello più basso dal 2008, prima della guerra in Iran.

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Maggiore flessibilità su difesa e legge di Bilancio

Raggiungere gli obiettivi concordati con la Commissione Europea un anno in anticipo sarebbe una conferma della fiducia che ci è stata accordata. In pratica, l’uscita dalla procedura di infrazione ci permetterebbe di avere più margine di manovra sui conti pubblici. Per esempio, potremmo investire fino allo 0,5% nel settore della difesa nei prossimi tre anni senza che queste spese influenzino il calcolo per il Patto. Questo aiuterebbe l’industria nazionale legata agli armamenti e rafforzerebbe l’impegno NATO dell’Italia.

Inoltre, il governo avrebbe più flessibilità nel formulare l’ultima legge di bilancio del mandato. Dopo quattro manovre improntate alla prudenza fiscale, potrebbe finalmente rispondere alle aspettative dei suoi elettori. Ciò potrebbe tradursi in una riduzione più significativa dell’IRPEF, ma anche in un maggiore sostegno ai redditi, sempre più necessario con le tensioni in Medio Oriente e l’aumento dell’inflazione. Non dovremmo aspettarci miracoli, dato che partiamo da un rapporto debito/PIL superiore al 137% e un deficit per l’Italia vicino al 3%; un decimale più o meno. Ma anche le virgole contano nei momenti di crisi.

Possibile aiuto dalla Banca d’Italia

Da Bruxelles, il commissario per la Politica regionale, Raffaele Fitto, si è mostrato fiducioso riguardo al dialogo in corso con l’Italia. Sarebbe vantaggioso per la Commissione che il deficit fosse già stato centrato al 3% o anche leggermente inferiore nel 2025.

È necessario che il maggior numero possibile di membri investa nella difesa. Tuttavia, non è possibile “manipolare” i conti. Si procederà piuttosto a un’analisi dettagliata delle varie voci di entrata e di spesa per identificare possibili margini di manovra, nel rispetto delle regole contabili.

Un possibile aiuto potrebbe essere arrivato recentemente dalla Banca d’Italia, che ha annunciato di aver chiuso il bilancio del 2025 con un utile netto di 1,65 miliardi di euro. Di questi, 340 milioni sono stati distribuiti ai partecipanti (banche e assicurazioni) sotto forma di dividendi. I restanti 1,272 miliardi saranno trasferiti allo Stato. Questi fondi, per competenza, dovranno essere inclusi nelle entrate del 2025, un importo nettamente superiore ai 644 milioni incassati dal Tesoro nel 2024 e anche al di sopra delle previsioni per circa 500-600 milioni.

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Il “stupido” Patto rimane in vigore

Questo maggiore contributo equivale a circa un quarto di decimale percentuale. È poco, ma potrebbe essere sufficiente per portare il deficit italiano dal 3,1% al 3%. Per un gioco di virgole, basterebbe che il risultato finale non superasse il 3,049%. Ancora mancherebbero 600-700 milioni tra eventuali maggiori entrate o minori spese. A occhio, il miglioramento rispetto alle stime preliminari dovrebbe ammontare a 1,1-1,2 miliardi, circa lo 0,05% del PIL. Questa è la ragione per cui il Patto fu definito “stupido” dall’ex presidente della Commissione, Romano Prodi, che non è certo un euroscettico. Può uno zero virgola ipotecare la politica economica di uno stato, anche in tempi di gravi crisi internazionali?

Si potrebbe obiettare che, senza un limite perentorio, le regole praticamente non avrebbero valore. La controreplica sarebbe che i conti pubblici dovrebbero essere valutati nel loro insieme e osservando i trend. Tra il 2018 e il 2019 ci furono forti tensioni tra Roma e Bruxelles – eravamo ai tempi del primo governo Conte – riguardo all’obiettivo sul deficit. I commissari si opposero al 2,4% richiesto dall’Italia e alla fine acconsentirono al 2,04%. Per spostare quella virgola, abbiamo subito spread elevati e fuga di capitali. Pochi mesi dopo, a causa del Covid, quelle stesse regole furono sospese e il nostro disavanzo schizzò al 9,5% del PIL. I fatti si incaricarono di ridicolizzare le dispute passate su questioni apparentemente irrilevanti.

Deficit al 3% in Italia tra errore statistico e revisione del PIL

C’è un’altra ragione per cui preoccuparsi dello 0,1% del PIL è francamente folle: l’errore statistico. È successo più volte che l’ISTAT, a distanza di mesi o anni, abbia rivisto al rialzo il PIL dell’Italia, migliorando retrospettivamente la situazione fiscale. Potremmo scoprire in futuro di aver già raggiunto il deficit al 3%, ma che i dati iniziali non fossero completamente accurati. Questo non dovrebbe però autorizzarci a pensare che una riduzione al 3% o al 2,9% ci permetterebbe di spendere senza limiti. Ma al contrario, non si può nemmeno immaginare il contrario per una differenza di qualche centinaio di milioni di euro. Anche per questo l’Europa manca di visione e diventa irrilevante sul piano geopolitico, finendo per subire le decisioni altrui. E queste possono avere un impatto devastante sull’economia e sui conti pubblici.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

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