Il 24 febbraio 2022, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia provocò un’impennata dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali, con il Brent che raggiunse i 120 dollari al barile nell’estate di quell’anno. Ancora più drastica fu la situazione per il gas in Europa, che a fine agosto segnò un picco storico di 340 euro per Megawattora, rispetto ai 15-25 euro pre-bellici. Lo shock energetico ebbe un impatto significativo sui bond, soprattutto quelli a lunga scadenza, con un crollo dei prezzi e un’escalation dei rendimenti a livelli non visti da anni. Nell’autunno del 2023, i rendimenti raggiunsero cifre simili a quelle dei primi anni 2000.
Potenziale nuovo shock energetico sui bond?
Con il conflitto in Iran, si teme che possa verificarsi uno scenario simile. Attualmente, la forte domanda di BTp Valore marzo 2032 nel primo giorno di emissione sembra mitigare la preoccupazione di un calo di interesse per il mercato dei redditi fissi tra gli investitori. I rendimenti sovrani sono rimasti relativamente stabili rispetto alla chiusura di venerdì scorso, un segno che non c’è ancora motivo di panico, nonostante i mercati azionari europei mostrino un netto calo.
Come dobbiamo comportarci rispetto agli eventi di 4 anni fa? L’errore che un investitore potrebbe fare di fronte a un evento inaspettato o di grande impatto è quello di associarlo automaticamente ad altre crisi passate, anche recenti. La realtà è dinamica, spesso diversa da quella che immaginiamo e influenzata dalle reazioni di consumatori, aziende, lavoratori, investitori e governi.
Lezioni dagli anni ’70
L’esempio più chiaro è quello degli anni Settanta. Nel 1973, la prima crisi petrolifera, scaturita dall’embargo dell’OPEC contro l’Occidente a supporto di Israele nella guerra dello Yom Kippur, fece quadruplicare i prezzi del petrolio e l’inflazione globale schizzò alle stelle. Sei anni dopo, la rivoluzione dell’ayatollah Khomeini portò alla caduta dello scià di Persia e alla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran.
Anche in quel caso, le quotazioni del petrolio salirono a causa delle tensioni geopolitiche e degli scioperi che ridussero la produzione interna. Tuttavia, la reazione dei governi fu diversa. Gli Stati Uniti di Ronald Reagan e, prima ancora, il Regno Unito di Margaret Thatcher adottarono una politica monetaria restrittiva con un forte aumento dei tassi di interesse per combattere l’inflazione, raggiungendo l’obiettivo in pochi anni. Il mercato obbligazionario iniziò quindi un periodo di riduzione dei rendimenti che durò 40 anni, interrotto solo dalla guerra in Ucraina.
Differenze rispetto al 2022
Lo shock attuale sul mercato dell’energia presenta differenze sostanziali rispetto a quello del 2022. Con l’invasione dell’Ucraina, l’Europa dovette improvvisamente interrompere le relazioni commerciali con l’aggressore, da cui dipendeva ancora per quasi il 40% del suo gas e il 27% delle importazioni di petrolio.
Il contraccolpo fu estremamente duro: crollo dell’offerta e prezzi alle stelle.
Altre condizioni contribuirono ad aggravare la crisi: il mercato del petrolio stava emergendo dalla pandemia, durante la quale l’OPEC aveva ridotto la produzione per sostenere la ripresa delle quotazioni dopo il crollo del 2020. A causa dei rapporti tesi tra Arabia Saudita (e Russia) e l’amministrazione Biden, il cartello non reagì allo shock aumentando la produzione. Inoltre, le banche centrali erano ancora molto attive nel sostenere i bond con una politica monetaria ultra-espansiva: i tassi di interesse erano vicini allo zero o negativi, mentre la liquidità continuava a fluire nei mercati attraverso massicci acquisti di obbligazioni.
Poche consegne dallo Stretto di Hormuz per l’Europa
Le banche centrali dovettero rapidamente aumentare i tassi e cessare gli acquisti di bond, mentre i governi sostenevano le rispettive economie con sussidi. Questo mix esplosivo aumentò la disponibilità di capitali sui mercati e ridusse la domanda istituzionale. I rendimenti del Bund a 10 anni passarono dal -0,35% al 2,60% in soli 12 mesi. Le aspettative inflazionistiche dovettero adeguarsi rapidamente a un contesto geopolitico mutato, mentre oggi sono già ampiamente incorporate nei prezzi dei bond.
All’inizio del 2026, le condizioni geopolitiche e di mercato sono molto diverse. Prima di tutto, la dipendenza energetica dalla Russia è stata eliminata. Importiamo meno del 3% del petrolio e solo il 12% del gas da Mosca. Importante è anche il fatto che nessuno dei nostri fornitori è direttamente coinvolto nella guerra in Iran. Le consegne per l’Europa che passano dallo Stretto di Hormuz rappresentano solo il 4% del totale. Inoltre, c’è un’abbondante offerta di petrolio in questi mesi, tanto che all’inizio dell’anno le quotazioni erano scese anche sotto i 60 dollari al barile dopo la cattura di Nicolas Maduro.
Il ruolo dell’OPEC e i rapporti con Trump
Inoltre, i sauditi hanno ottimi rapporti con l’amministrazione Trump. E l’OPEC ha annunciato ieri un aumento della produzione di 206.000 barili al giorno a partire da aprile. Infine, non veniamo da un periodo di tassi di interesse azzerati.
Nell’Eurozona, i tassi sui depositi bancari sono al 2% dal giugno scorso, rispetto al -0,50% di 4 anni fa. Ci sono ancora rischi legati alla non navigabilità dello Stretto di Hormuz, ma al momento diversi indizi suggeriscono che non stiamo ripetendo le condizioni del 2022.
Shock energetico e bond: nessun automatismo
C’è uno shock nel mercato dell’energia, ma potrebbe essere temporaneo e limitato. Il Brent è sotto gli 80 dollari, con un dollaro relativamente debole. Quando la Russia invase l’Ucraina, il prezzo del petrolio era già vicino ai 90 dollari da settimane. Va considerato anche il contraccolpo psicologico del passaggio, dopo decenni di bassa inflazione (e tassi sotto zero durante la pandemia), a un’inflazione a due cifre, che causò il crollo dei bond ai prezzi elevati raggiunti. Oggi, le obbligazioni a lunga scadenza emesse in quegli anni sono ancora fortemente scontate sul mercato secondario. È importante rimanere vigili e valutare le condizioni di mercato giorno per giorno, senza cedere al panico.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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