Negli ultimi due mesi, l’oro ha catturato l’attenzione nel contesto della legge di Bilancio per il 2026. In particolare, le riserve della Banca d’Italia sono state definite dalla maggioranza come appartenenti “al popolo italiano”. Inoltre, si è discusso di una possibile imposta sulla rivalutazione dell’oro, introdotta improvvisamente per aumentare le entrate fiscali e sostituire due misure precedentemente incluse nella manovra, che avevano causato malcontento nei partiti della maggioranza: l’aumento dell’aliquota al 26% sui redditi da affitti brevi e sui profitti intra-gruppo, dal 1,2% al 24%.
Imposta di affrancamento sull’oro
La discussione sull’imposta sulla rivalutazione dell’oro avrebbe dovuto concentrarsi più sull’affrancamento. Questa misura non è stata attuata a causa delle critiche ricevute sia in Parlamento che dall’opinione pubblica. Tuttavia, è errato pensare che la questione sia stata completamente accantonata. La normativa introdotta a partire dal 2024, che ha quadruplicato la tassazione sull’oro come bene d’investimento, rimane in vigore. Fino al 2023, l’aliquota del 26% si applicava solo a un quarto del valore di cessione, mentre a partire dal 2024, l’aliquota si applica sull’intero 100%. Questo a meno che non si disponga di documentazione che attesti data e prezzo di acquisto, in questo caso la rivalutazione si calcola solo sulla differenza effettiva rispetto al valore di vendita.
L’imposta sulla rivalutazione dell’oro considerata dal governo prevedeva un’aliquota più bassa, del 12,5%, per le dichiarazioni entro il 30 giugno prossimo.
In questo modo, il possessore avrebbe potuto pagare meno della metà sui guadagni di valore accumulati fino alla data dell’affrancamento. Per gli incrementi successivi, avrebbe continuato a pagare il 26%. In cambio, avrebbe dovuto versare immediatamente l’imposta, eventualmente in più rate a partire dal settembre successivo, come previsto da una bozza.
Norma eliminata, festeggiamenti prematuri
La gioia per l’eliminazione di questa proposta potrebbe non essere giustificata. L’oro rimane un bene soggetto a tassazione in caso di rivalutazione. Quello che è stato eliminato è un provvedimento che avrebbe permesso ai possessori di pagare di meno, anche se immediatamente e su base volontaria. Una misura che, secondo i calcoli del Tesoro, avrebbe potuto generare tra 1 e 2 miliardi di euro per quest’anno. È importante comprendere che, se acquistiamo oro come investimento, come nel caso dei lingotti, continuiamo a essere soggetti all’aliquota del 26%.
Conservazione della fattura di acquisto per evitare brutte sorprese
Se si intende acquistare, la prima cosa da fare è conservare sempre la fattura di acquisto per dimostrare il prezzo pagato e evitare di pagare l’imposta sulla rivalutazione dell’intero importo. Questo aspetto è ancora più rilevante oggi, considerando che il prezzo dell’oro è aumentato del 40% in euro nel solo 2025. Immaginate di acquistare un lingotto da 10 grammi per 1.200 euro e di rivenderlo dopo un anno, ipoteticamente, a 1.300 euro.
Paghereste il 26% su 100 euro (26 euro), cioè solo sul vostro guadagno. Se perdessi il documento che attesta data e prezzo di acquisto, dovresti pagare il 26% su tutti i 1.300 euro incassati, ovvero ben 338 euro. Non solo pagheresti molto di più, ma subiresti anche una perdita significativa, poiché il fisco si prenderebbe quasi tre volte e mezzo il tuo guadagno.
L’eliminazione dell’imposta sulla rivalutazione dell’oro dalla manovra avrebbe risparmiato molto denaro a coloro che avevano acquistato l’asset anni fa a prezzi bassi. Ad esempio, per un lingotto di 10 grammi che oggi vale circa 1.200 euro e che 20 anni fa si acquistava per solo 16 grammi, grazie all’affrancamento il possessore avrebbe pagato 13 euro invece di 27. L’opinione pubblica si è indignata per qualcosa che avrebbe potuto offrire benefici ai contribuenti, mentre ignorava completamente la quadruplicazione della tassazione avvenuta due anni fa.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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