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Pensione di Garanzia: Addio alle Pensioni Inferiori a 600 Euro!

Mai più pensioni sotto 600 euro, ecco cos’è la pensione di garanzia
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il calcolo è svantaggioso, mancano aumenti e integrazioni, ecco perché i contributivi necessitano di una pensione di garanzia.

È evidente che esiste una parte dei contribuenti che, in materia previdenziale, risulta essere svantaggiata. Da una parte ci sono quelli che hanno iniziato a lavorare prima della riforma Dini, nell’era del sistema retributivo; dall’altra, coloro che hanno iniziato successivamente. Questi ultimi hanno alcuni benefici dal punto di vista previdenziale, ma anche numerosi svantaggi, sui quali si focalizza l’attenzione oggi.

Le pensioni dei contributivi puri sono notevolmente svantaggiate

I contributivi puri possono ottenere la pensione di vecchiaia a 71 anni con soli 5 anni di contributi, una possibilità inesistente per i retributivi.

Hanno inoltre la possibilità di ritirarsi in pensione anticipata a 64 anni con almeno 20 anni di contributi, purché l’importo raggiunga almeno tre volte l’Assegno Sociale. Questi sono vantaggi chiari per chi ha iniziato a lavorare post-1995.

Tuttavia, i svantaggi sono significativi, specialmente per quanto riguarda l’importo della pensione. Il sistema contributivo non considera le ultime retribuzioni, come faceva il sistema retributivo, ma si basa esclusivamente sui contributi accumulati durante la carriera. Il montante contributivo è prima aggiornato per l’inflazione e poi moltiplicato per i coefficienti di trasformazione, determinando così l’importo della pensione.

Col tempo, il calcolo diventa progressivamente meno vantaggioso. I coefficienti di trasformazione sono infatti legati all’aspettativa di vita: più aumenta la vita media della popolazione, più i coefficienti diminuiscono, riducendo l’importo finale della pensione.

Non più pensioni sotto i 600 euro, ecco la pensione di garanzia

Il risultato è chiaro: pensioni generalmente più basse rispetto a prima.

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Nel sistema contributivo, inoltre, non si applicano né l’integrazione al trattamento minimo né le maggiorazioni sociali, strumenti disponibili nei sistemi misto o retributivo per aumentare gli assegni più bassi.

Non è vero che le retribuzioni non contano più. Un impiegato versa infatti il 33% della retribuzione in contributi: più alto è lo stipendio, maggiore sarà il montante accumulato. Tuttavia, il legame diretto tra ultime retribuzioni e pensione si è notevolmente ridotto rispetto al passato.

Da ciò deriva l’aumento delle preoccupazioni, specialmente tra i giovani, di ritrovarsi in futuro con pensioni insufficienti. Per questo motivo, si discute sempre più spesso di una pensione di garanzia, un livello minimo che possa proteggere chi ha avuto carriere irregolari o stipendi bassi.

Un caso in cui la Corte Costituzionale ha anticipato i tempi

Molti sollecitano i legislatori a estendere anche ai contributivi puri l’integrazione al trattamento minimo. Il numero dei contributivi è in costante aumento, mentre diminuisce quello dei lavoratori con anzianità antecedente al 1996 e, ancor più, di quelli che avevano accumulato almeno 18 anni di contributi prima di tale anno, godendo così di una quota retributiva maggiore.

L’idea di una protezione minima per i contributivi segue un precedente importante. Con la sentenza n. 94 del 2025, la Corte Costituzionale ha stabilito che anche gli assegni ordinari di invalidità calcolati interamente con il sistema contributivo debbano godere dell’integrazione al trattamento minimo, analogamente a quelli calcolati nel sistema misto.

L’INPS ha successivamente adottato questa linea guida.

Questo è un segnale che potrebbe spianare la strada a futuri interventi. In un mercato del lavoro caratterizzato da precarietà e carriere frammentate, il rischio di una nuova generazione di pensionati poveri non è più solo una possibilità teorica, ma una realtà imminente.

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