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Scelta o Necessità? Il Grande Mistero del Posto Fisso in Italia

Posto fisso per scelta o necessità? Il mistero del mercato del lavoro italiano
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il panorama lavorativo in Italia è caratterizzato da un forte legame tra impiegati e datori di lavoro, tuttavia i salari rimangono inferiori rispetto alla media europea.

Si tratta di un vero e proprio enigma: cosa predomina nel mercato del lavoro italiano, la rigidità che porta a salari non competitivi oppure sono proprio i salari bassi a causare una scarsa fluidità tra aziende e lavoratori? La questione è tornata d’attualità grazie a nuovi dati dell’OCSE, che illustrano la durata media del rapporto lavorativo con lo stesso datore in ogni stato membro. In pratica, quanto tempo un lavoratore resta nella stessa azienda. In questo contesto, l’Italia si posiziona in cima alla classifica europea con una media di 13,3 anni, mentre la media generale si aggira intorno ai 10 anni. Nella comparazione europea, Francia e Spagna registrano 10,2 anni, e la Germania 10,5 anni.

Subito dietro l’Italia si trova la Grecia con 13 anni.

Analisi del mercato lavorativo italiano: vantaggi e svantaggi

Rimanere per molti anni con lo stesso datore di lavoro è un vantaggio o uno svantaggio? Analizziamo la questione in modo obiettivo. Tra i benefici teorici si annoverano:

  • maggior sicurezza e riduzione della precarietà personale
  • sviluppo di competenze specialistiche
  • un legame più consolidato con l’azienda

I lati negativi includono:

  • limitata mobilità nel mercato del lavoro italiano
  • difficoltà per i giovani nel trovare posto nelle aziende
  • scarso dinamismo salariale
  • mancato incentivo per le aziende a investire in capitale umano o in innovazione tecnologica

Il problema cronico degli stipendi bassi

Un lavoratore che rimane per molti anni nella stessa azienda conosce meglio le dinamiche interne e, specie se si tratta di una piccola impresa, riesce a sviluppare un rapporto personale più stretto con il datore di lavoro.

Questo può tradursi in una maggiore stabilità, soprattutto in periodi di crisi. Spesso i rapporti personali portano l’imprenditore a considerare il dipendente quasi come “un membro della famiglia”, evitando di licenziarlo alle prime difficoltà.

Questa informalità può sostituire l’efficacia della sindacalizzazione. Tuttavia, la stabilità ha un costo per il dipendente: stipendi poco attraenti e stagnanti nel tempo. Il mercato del lavoro italiano si distingue per questa alta stabilità – anche se il classico “posto fisso” è un lontano ricordo – e per gli stipendi bassi, che dal 1990 hanno visto una diminuzione reale dell’1,6%, un caso unico in Europa e tra le principali economie mondiali. Oggi i lavoratori guadagnano meno di quanto guadagnavano 36 anni fa, se si considera l’inflazione.

Un circolo vizioso tra stabilità e stagnazione dei salari

Possiamo quindi ipotizzare che la mancanza di dinamismo nel mercato del lavoro italiano abbia contribuito alla stagnazione dei salari? E se fosse vero anche il contrario? Gli stipendi bassi sono il sintomo di un mercato inefficiente. Molti lavoratori si vedono costretti ad accontentarsi per non perdere il poco che hanno. È facile dire loro di cambiare azienda per cercare salari migliori.

Se il contesto non lo permette o lo rende estremamente difficile, sono in pochi a rischiare. E così si accettano salari eternamente bassi in cambio di un lavoro relativamente stabile.

Decisioni individuali che finiscono per alimentare il classico circolo vizioso: dato che l’impresa non teme di perdere i propri dipendenti facilmente, non si sente spinta a migliorare le condizioni salariali o a investire nella loro crescita professionale o nell’innovazione. Il risultato è che l’azienda rimane poco produttiva, spesso priva di ambizioni, e l’ingresso di nuove risorse è visto con sospetto dagli stessi lavoratori, concentrati sulla propria autoconservazione. Anche se queste considerazioni possono sembrare teoriche, i dati effettivi le confermano: il mercato del lavoro in Italia, nonostante i miglioramenti degli ultimi dieci anni, è ancora uno dei peggiori in Europa per quanto riguarda produttività, salari e crescita professionale.

Mercato del lavoro in Italia: bassa produttività e occupazione

È forse un caso che la durata media del rapporto di lavoro diminuisca man mano che ci si sposta verso il nord? Per anni abbiamo avuto un’idea errata del modello scandinavo. Pensavamo che stabilità significasse protezione, mentre in realtà è il contrario. I lavoratori nei paesi del Nord Europa cambiano azienda più frequentemente perché è più semplice licenziare. Lo stato garantisce un sostegno al reddito tra la perdita di un lavoro e l’assunzione in un altro. I lavoratori non hanno paura di finire per strada, non si accontentano e aspirano a salari migliori e a una crescita professionale. Le aziende sono costrette a rinnovarsi e a rimanere altamente produttive.

È il modello della “flexecurity”, che non siamo riusciti ad adottare a causa di resistenze sindacali e culturali difficili da superare. L’Italia continua a soffrire di un mercato del lavoro con bassi livelli di occupazione (nonostante i record recenti) e produttività. Chi ritiene di valere più di quanto le aziende sono disposte a pagare, non trova altra soluzione se non quella di espatriare. Ogni anno perdiamo decine di migliaia di giovani istruiti dopo aver investito nella loro formazione, sprecando così il loro potenziale di idee e innovazione a vantaggio dei nostri concorrenti stranieri. In compenso, abbiamo un posto di lavoro più stabile rispetto ad altri paesi.

Si tende ad accontentarsi per paura che le cose possano peggiorare. E questo peggioramento sta diventando sempre più concreto.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

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