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Trent’anni di aumento della spesa pubblica: ma i risparmi sugli interessi dove sono?

Trent’anni di spesa pubblica in crescita: dove sono finiti i risparmi sugli interessi?
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il declino degli interessi sul debito non ha impedito l’aumento della spesa pubblica in termini assoluti e relativi al Pil.

È vero che con l’adozione dell’euro siamo entrati in un’epoca di austerità fiscale costante? In Italia, questa discussione è in corso da decenni, ma ancora non si dispone di una chiara comprensione della situazione. Una parte considerevole della popolazione crede che la spesa pubblica sia rigidamente controllata dalla Commissione Europea. Non intendiamo negare che Bruxelles sia un crogiolo di burocrati, anzi, abbiamo sempre criticato una politica troppo puntigliosa che perde di vista il significato complessivo degli eventi e la loro traiettoria. Tuttavia, è importante analizzare se queste percezioni corrispondano a realtà o derivino da una interpretazione errata dei fatti.

Spesa pubblica per abitante dal 1995 al 2025

Definiamo innanzitutto cosa intendiamo per austerità. In economia, il termine si riferisce a una politica fiscale restrittiva, che implica un incremento delle entrate (più tasse) e/o una riduzione della spesa pubblica (meno servizi). Ci focalizzeremo su quest’ultimo aspetto per verificare chi ha ragione. Un dato è chiaro: nel 2025, lo stato italiano ha speso 19.615 euro per ogni residente, per un totale di circa 1.155 miliardi di euro, equivalenti a più del 51% del Pil.

Nel 1995, trent’anni prima, la spesa per abitante era di 8.155 euro, anche allora oltre il 51% del Pil. In termini nominali, la spesa pubblica pro-capite è aumentata del 140%, quasi il doppio dell’inflazione, che era al 78,5%. Nel medesimo trentennio, la spesa per gli interessi sul debito è scesa dal 10,4% del Pil al 3,8%. Considerando questa voce, la spesa primaria è aumentata dal 41% al 47,4% del Pil.

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Il mito del dividendo dell’euro

Vi ricordate il tanto discusso “dividendo dell’euro”? È stato rapidamente consumato. Con l’entrata nell’Eurozona, l’Italia ha risparmiato centinaia di miliardi di euro all’anno in interessi, ma invece di utilizzare questi risparmi per sanare i conti pubblici, li ha destinati ad altre voci di bilancio. Quali? L’invecchiamento della popolazione ha reso inevitabile l’aumento delle pensioni e della spesa sanitaria, anche se in misura minore di quanto si pensi. Le pensioni sono passate dal 13,4% al 15,2% del Pil, e la sanità dal 5,2% al 6,4%. Insieme, rappresentano meno della metà dell’aumento della spesa primaria.

Se la spesa fosse rimasta invariata rispetto al Pil, l’anno scorso avremmo risparmiato circa 145 miliardi, una cifra pari al 70% del gettito Irpef, il che illustra quanto avremmo potuto ridurre la pressione fiscale e al contempo tagliare il deficit e il rapporto debito/Pil. Inoltre, l’aumento della spesa pubblica non ha portato benefici in termini di crescita. Il Pil reale è cresciuto solo del 19% in 30 anni, la metà rispetto alla Germania. I tedeschi hanno anche loro più che raddoppiato la spesa pubblica pro-capite nel periodo esaminato, ma rispetto al Pil l’hanno ridotta quasi di 5 punti percentuali, attestandosi al 50,5% nel 2025.

Il welfare rappresenta metà della spesa statale

Quando si propone di ridurre la spesa pubblica, i cittadini temono a ragione che verranno tagliati i servizi essenziali.

In realtà, la situazione è diversa. Scuola, sanità e pensioni, i tre pilastri del nostro welfare, costituiscono esattamente la metà della spesa statale totale. Ciò significa che l’altra metà è legata poco ai servizi veri e propri e molto di più a burocrazia e sprechi. La CGIA di Mestre ha stimato questi ultimi in circa 180 miliardi all’anno, il doppio dell’evasione fiscale stimata.

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Come si può vedere, non c’è stata una vera austerità. In Italia, piuttosto, si è verificata una politica di costante aumento della pressione fiscale per finanziare una spesa pubblica sempre più elevata e disgiunta dai servizi reali. I cittadini hanno ragione nel lamentarsi della scarsità di servizi, anche se spesso il loro bersaglio è errato. Stranamente, il vero problema si trova a Roma e non a Bruxelles in questo caso. Lo stato incassa di più e spende di più, mentre avrebbe dovuto e potuto spendere meno e richiedere minori sacrifici ai contribuenti. È stato un fallimento totale, che ha portato a crescita mancata, malcontento, evasione fiscale e squilibri strutturali nei conti pubblici.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

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