“Le condizioni necessarie per raggiungere un’intesa comune non sono più presenti”. Con questa dichiarazione inaspettata, Banco BPM ha concluso la proposta di “fusione tra pari” fatta a MPS (Monte Paschi di Siena) a giugno, che finora non aveva visto l’elaborazione di un piano concreto. Negli ultimi tempi, i dirigenti delle due istituzioni bancarie si erano incontrati per definire termini specifici e rispondere così all’OPA di Intesa Sanpaolo. Il caso aveva attirato l’attenzione della Consob, considerando che la banca senese è soggetta alla “regola della passività” e quindi non potrebbe intraprendere azioni per ostacolare l’offerente.
Matrimonio annullato tra MPS e Banco BPM
Un segnale che potrebbe essere interpretato come “politico” e decisamente negativo. Si aggiunge l’opposizione di Crédit Agricole, che detiene quasi il 30% di Banco BPM e preferirebbe acquisirne il controllo piuttosto che diluirsi in MPS. L’amministratore delegato Giuseppe Castagna ha riconosciuto l’assenza di condizioni favorevoli per una “fusione alla pari”, che risultava poco comprensibile agli occhi del mercato. Quest’ultimo ora si affida completamente all’OPA di Intesa. Secondo i prezzi di mercato di questa mattina, il valore di MPS era esattamente quello che Ca’ de Sass intendeva offrire: 1,6 azioni proprie + 1 euro per ogni azione aderente.
Venerdì scorso, restava da colmare un “gap” dell’1%. È un indizio che gli investitori non credono nemmeno in una possibile offerta migliorativa. Carlo Messina era stato chiaro durante la presentazione dei risultati semestrali. Ora, trovandosi senza concorrenti dopo il ritiro di Banco BPM, può considerare di acquisire MPS senza aumentare l’offerta.
Luigi Lovaglio, tuttavia, continua a valutare alcune alternative. Non vuole cedere facilmente alla principale banca italiana. Temendo lo smembramento di Siena e anche la possibilità di essere estromesso.
Rischio bancario, una nuova stagione
Il rischio bancario italiano continua a sorprendere, ancora una volta in pochi mesi. C’è un altro attore da considerare, anche se al momento non è il protagonista sul mercato nazionale: Unicredit. Avendo recentemente acquisito Commerzbank, si concentra sulla Germania. Il suo CEO Andrea Orcel, però, intravede la possibilità di una rivincita dopo che un anno fa il governo aveva bloccato la sua ascesa in Banco BPM con il decreto “golden power”. Allora, la sua banca fu etichettata come “straniera”, nonostante legalmente fosse italiana. Ora che potrebbe scalzare la “banque verte” francese dal controllo, riceverebbe l’approvazione di Palazzo Chigi?
In piena estate, Orcel potrebbe lanciare una nuova offerta su Banco BPM. In questo scenario, Messina potrebbe sentirsi più tranquillo riguardo MPS, dato che il suo principale rivale sarebbe occupato con un’altra questione. Tuttavia, Unicredit detiene il 9% di Generali e dopo la fusione Intesa avrebbe il 13,30% tramite Mediobanca. I due potrebbero entrare in conflitto per il controllo della compagnia, trovare un accordo o Orcel potrebbe ritirarsi, sfruttando la plusvalenza?
Lovaglio nelle mani di Delfin e Caltagirone
Per complicare ulteriormente lo scenario, ci sono il riassetto Delfin in corso e il desiderio di vendetta contro Lovaglio da parte di Francesco Gaetano Caltagirone.
La holding Del Vecchio possiede il 17,5% di MPS e il 10% di Generali, mentre l’imprenditore romano detiene rispettivamente il 10,26% e il 6,3%. Senza di loro, non esisterebbe alcun piano possibile per MPS da approvare in assemblea. E le loro quote potrebbero essere decisive per il destino di Trieste, l’asset principale che tutti ambiscono e per cui sono disposti a muovere montagne.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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