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Spread ai minimi dal 2010: Cosa non ha funzionato dopo Berlusconi?

Lo spread ai minimi dal 2010 ci spiega gli errori del dopo Berlusconi
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il differenziale di rendimento tra i BTp italiani e i Bund tedeschi a 10 anni ha raggiunto ieri il valore più basso dal 2010, soltanto 88 punti base. Un notevole successo per il governo di Giorgia Meloni.

Un vocabolo che da oltre un decennio si aggira come un fantasma negli ambienti del potere politico e finanziario in Italia, temuto più di qualsiasi altra cosa, è il spread. Prima del 2010, non c’era molta attenzione su di esso, non perché non esistesse, ma perché non aveva grande rilevanza. In quel periodo, i rendimenti dei titoli di stato nell’Eurozona erano uniformi, dalla Grecia alla Germania, come se fossero equivalenti. Il rischio di credito era percepito come basso e omogeneo in tutta l’area. Poi arrivò la crisi dei mutui subprime. Anche se a causarla furono gli Stati Uniti, il prezzo lo pagò l’Europa, che non aveva alcun legame diretto con quel disastro.

Panico dello spread post-crisi dei mutui subprime

Le banche fallirono una dopo l’altra, i governi furono obbligati a interventi di salvataggio molto costosi e i debiti pubblici cominciarono a vacillare. Fu allora che emerse lo spread. I mercati iniziarono a distinguere tra paesi virtuosi e quelli meno prudenti, preferendo i primi e escludendo i secondi dai loro portafogli. La rivelazione che la Grecia aveva falsificato i conti fu la goccia che fece traboccare il vaso per molti investitori, convincendoli che il Sud Europa non meritava la loro fiducia. Atene cadde per prima, seguita da Dublino e Lisbona, e infine si focalizzarono su Madrid e Roma.

Dalla dimissione di Berlusconi al soccorso di Draghi

La crisi dello spread, come fu definita, coincise in Italia con le turbolenze politiche del governo Berlusconi. Quando a novembre di quell’anno il Tesoro emise il Bot a 6 mesi con un rendimento eccezionale del 6,4%, Berlusconi non ebbe altra scelta che recarsi al Quirinale per dimettersi. Fu sostituito da Mario Monti, a capo di un governo tecnico supportato dalla maggior parte dei partiti in Parlamento, ad eccezione della Lega e di Italia dei Valori. Un bilancio severo avrebbe dovuto risanare la situazione, mentre il presidente della Banca Centrale Europea avrebbe dovuto salvare l’Italia e l’euro.

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Mario Draghi inventò il celebre “whatever it takes” il 6 luglio 2012. La tempesta sui mercati era furiosa e lo spread raggiungeva livelli critici in tutta la semi-periferia europea. L’ipotesi di una fine dell’euro era vicina. Fino a quel momento, l’Italia aveva pagato per errori non suoi. I nostri conti pubblici non erano disastrati come si potrebbe pensare. Fatta eccezione per il 2009, anno di crisi globale, l’Italia era sempre riuscita a chiudere il bilancio con un avanzo primario. L’attacco ai BTp faceva parte di un piano ben preciso, mirato a colpire l’euro. “Locuste della speculazione” furono le parole usate da Silvio Berlusconi, allora ancora premier, in Parlamento.

Recupero di credibilità dopo un lungo periodo negativo

Successivamente, però, si verificò l’eccezione italiana, decisamente negativa. Gradualmente, i rendimenti spagnoli si allinearono a quelli tedeschi e, più recentemente, anche quelli di Portogallo e Grecia.

L’Italia, invece, pagava per la sua storica peculiarità: l’instabilità politica. E così, tranne un breve periodo all’inizio del governo Renzi e subito dopo la sua caduta, lo spread rimase un problema. Si manifestò drammaticamente con la formazione del primo governo Conte, sostenuto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, espressioni di due populismi spesso contrapposti.

Lo spread causò panico anche con l’arrivo della pandemia nel 2020 e con l’aumento dei tassi di interesse nel 2022. Quando Giorgia Meloni fu nominata premier nell’ottobre di quell’anno, era sopra i 230 punti. Ieri, è sceso sotto i 87 punti, il valore più basso dal 2010. Pur essendo ancora il più alto nell’Eurozona, la convergenza con i rendimenti tedeschi e francesi è evidente. In parte perché le “italiane” della situazione sono ora Germania e Francia, con annunci di debiti, bilanci pubblici disordinati e instabilità politica. Per il resto, il fattore “credibilità” ha giocato un ruolo estremamente positivo.

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Fiducia dei mercati nel governo Meloni

L’attuale governo italiano è considerato affidabile dai mercati per la sua politica fiscale prudente. Siamo tornati a un avanzo primario e la crescita economica, seppur modesta, è superiore a quella di economie come la Germania. La riduzione dei tassi sta favorendo gli acquisti di bond precedentemente scartati, come i BTp, grazie a una maggiore propensione al rischio. Gli investitori notano che l’esecutivo è stabile, supportato da una maggioranza politica che gode di consenso nel paese. Per anni ci abbiamo raccontato la favola della necessità di nominare un governo tecnico dopo l’altro per attrarre la fiducia dei mercati. La realtà è che questi ultimi richiedono soluzioni credibili, non soluzioni temporanee.

La storia italiana dimostra che, in media, un governo tecnico dura meno di un anno e mezzo. Non che i governi politici siano generalmente più duraturi, ma il punto è che non puoi pensare di gestire lo spread con artifici politici che portano rapidamente a un diffuso malcontento tra gli elettori.

Nel 2022 siamo tornati alla normalità dopo anni di eccezioni. E gli investitori stranieri sono tornati a investire nei nostri titoli, così come le famiglie italiane. Il risultato è straordinariamente positivo: rendimenti in calo lungo la curva dei tassi, miglioramenti nei rating delle agenzie, Piazza Affari ai massimi dal 2007 e elogi espliciti alla premier Meloni dalla stampa finanziaria e dai fondi internazionali.

Lo spread e il grande inganno

E così, sullo spread si è costruito un grande inganno politico. Agli italiani è stata raccontata la storia secondo cui solo figure apartitiche avrebbero potuto risanare i conti pubblici e migliorare il profilo di rischio del debito pubblico. Dai mercati è arrivata una smentita categorica. È bastato avere un governo con una maggioranza politica chiara per riportare la fiducia degli investitori. A questi interessano condizioni legislative stabili e chiare per investire i loro capitali, nonché una politica fiscale prudente e al contempo riflesso delle preferenze elettorali. Giorgia Meloni è una leader credibile, in quanto espressione politica di una maggioranza di elettori. Dopo Berlusconi, abbiamo assistito allo smantellamento della politica per mano di coloro che avrebbero dovuto proteggerla da interferenze esterne. Lo spread ai minimi dal 2010 ha riportato le cose a posto. Ma quante sofferenze nel frattempo!

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