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Oro e Argento in Ripresa: Rapporto ai Minimi, Novità dopo 2 Mesi!

Oro e argento ripartono, rapporto ai minimi da quasi 2 mesi
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Pubblicato da Enzo Conti
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Rally rinnovato per oro e argento con l’ottimismo per la conclusione del conflitto USA-Iran, mentre il loro rapporto scende ai livelli più bassi da marzo.

Con la diminuzione delle tensioni in Medio Oriente, l’oro e l’argento hanno ripreso il loro rally, con il rapporto tra i loro prezzi che scende sotto il 60. Gli Stati Uniti e l’Iran cercano una soluzione pacifica e i mercati internazionali sono ottimisti riguardo la fine imminente del conflitto, il che potrebbe portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz. I prezzi del petrolio e del gas stanno crollando, riducendo la preoccupazione per un aumento dell’inflazione, il che può sembrare paradossale dato che i metalli preziosi di solito aumentano quando gli investitori cercano protezione contro la perdita del potere d’acquisto.

Durante i mesi di conflitto, il loro ruolo di “beni rifugio” è stato messo in discussione dal comportamento controintuitivo dei prezzi: sono diminuiti con gli attacchi degli USA e Israele all’Iran e sono aumentati ogni volta che si prevedeva una pausa temporanea o un vero e proprio accordo di pace.

Crollo del rapporto oro-argento questa settimana

All’inizio della settimana, l’oro è sceso sotto i 4.520 dollari l’oncia, ai minimi da fine marzo. L’argento è sceso sotto i 73 dollari e il rapporto tra i due metalli si è posizionato a 62. Ieri, l’oro è salito a circa 4.750 dollari, registrando un aumento del 5% rispetto a lunedì. L’argento è balzato sopra gli 81,60 dollari, con un incremento di oltre il 12% in solo tre giorni. Il rapporto tra i prezzi è quindi sceso a 58,25, il più basso quasi da due mesi.

Non esiste un vero paradosso da narrare. Oro e argento tendono a salire quando gli asset alternativi perdono attrattiva. Questo è ciò che sta accadendo ora con i rendimenti obbligazionari in ribasso. Con il mercato che tira un sospiro di sollievo per l’inflazione, richiede un minor rendimento dagli emittenti di bond sovrani e aziendali.

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Inoltre, le banche centrali potrebbero permettersi di aumentare i tassi di interesse meno aggressivamente del previsto. Questo avrebbe un impatto meno negativo sull’economia globale, riducendo le pressioni fiscali e sulla crescita. Infine, il dollaro sta perdendo terreno contro le altre valute globali a causa del minor “flight to quality” nei mercati. Questo rafforza i metalli, che sono quotati nella valuta statunitense.

Prezzi ancora lontani dai massimi storici

Il rapporto tra oro e argento era sceso fino a un minimo di 46 a gennaio, quando i prezzi avevano raggiunto i massimi storici di quasi 5.600 e più di 120 dollari l’oncia, rispettivamente. Il limite di 60 è considerato un punto di svolta, solitamente un segnale positivo per l’oro e/o negativo per l’argento. In pratica, sotto questo livello l’oro potrebbe essere considerato troppo economico o l’argento troppo costoso. Ma recentemente, la percezione di questo dato è cambiata. L’argento non è solo il “fratello minore” dell’oro.

La sua domanda è in gran parte per usi industriali. Tende quindi ad apprezzarsi quando l’economia globale (e la produzione) è in salute.

IA e transizione ecologica dietro il boom dell’argento

Per cosa viene utilizzato? Sempre più per la produzione di batterie per auto elettriche, pannelli fotovoltaici, elettronica di consumo e ora anche per i chip nei data center essenziali per l’Intelligenza Artificiale. In un certo senso, questo metallo sta diventando un proxy per la transizione energetica e l’IA. Questo secondo settore trae vantaggio dall’accordo di pace prospettato, come dimostrano anche il boom del KOSPI alla Borsa di Corea e del Nikkei-225 alla Borsa di Tokyo. Il costo dell’energia rappresenta una minaccia per le attività che consumano molta energia legate all’IA, quindi la fine delle ostilità attenua il timore di un rallentamento degli investimenti.

D’altra parte, la guerra in Iran ha evidenziato la necessità di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi in economie come la Cina, che dispongono di materie prime come il litio necessarie alla svolta “green”. E questo non fa altro che aumentare la domanda di argento, che potrebbe trarre vantaggio anche in un contesto di aumento dei costi energetici. E così il rapporto con l’oro perde un po’ del suo significato storico. Le logiche dietro la domanda di metallo grigio sono cambiate, essendo sempre meno un bene d’investimento e sempre più un bene industriale.

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Segnale per l’economia globale

Generalmente, un calo nel rapporto tra oro e argento viene interpretato come indicativo di un miglioramento dello stato di salute dell’economia globale. Implica una minore ricerca di protezione nel mercato e una maggiore domanda industriale. Cosa può cambiare con quanto appena discusso? Transizione energetica e IA potrebbero influenzare maggiormente questo secondo aspetto, anche se non necessariamente saranno indicatori della forza economica globale. Finché l’IA non porterà a un aumento evidente della produttività nelle economie e la transizione energetica non mostrerà chiari benefici in termini di costo della vita e posti di lavoro, il loro boom non coinciderà con la crescita del PIL.

Petrolio al test OPEC

Sarà interessante vedere cosa succederà nel mercato del petrolio dopo la riapertura di Hormuz.

L’OPEC ha perso il suo terzo membro più influente – gli Emirati Arabi Uniti – e potrebbe reagire con una guerra dei prezzi per punire Abu Dhabi e al contempo scoraggiare altri a seguire l’esempio. Un netto calo dei prezzi ci porterebbe da un’allerta inflazione a una situazione di disinflazione globale, a danno dei rendimenti obbligazionari. Da un lato, l’oro perderebbe attrattiva come rifugio dalle tensioni, dall’altro la guadagnerebbe rispetto ai bond. E l’argento? L’energia a basso costo rallenterebbe gli investimenti verdi, ma potrebbe potenziare quelli nell’IA.

La previsione sul rapporto tra oro e argento rischia di essere più complessa di quanto immaginiamo. Inoltre, c’è lo spettro di una grande crisi fiscale con epicentro negli Stati Uniti. La superpotenza non sembra in grado da molti anni di gestire i conti pubblici, che risultano in disavanzi del 6-7% del PIL e nell’ordine dei 2.000 miliardi di dollari all’anno anche con un’economia in salute.

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Rapporto oro-argento tra debiti e interventismo monetario

Nel frattempo, la guerra in Iran e le minacce dell’amministrazione Trump all’Europa sulla NATO costringono gli alleati a riarmarsi anche a costo di gravare sul deficit. Il Giappone ignora il suo enorme debito che supera il 235% del PIL e si dirige verso nuovi stimoli fiscali per rivitalizzare l’economia. In un mondo già sommerso da 353.000 miliardi di dollari di debiti, quasi 3,5 volte il PIL globale, ciò equivale a gettare benzina sul fuoco. In un contesto del genere, i metalli diventano ancora più preziosi per sfuggire alla manipolazione dei prezzi da parte di governi e banche centrali tra spese in deficit e stampe monetarie per coprirle.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

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