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Scandalo nella politica: le vere ragioni dietro la fine della vecchia legge elettorale!

Preferenze e conti pubblici: cosa ci fu dietro allo smantellamento della vecchia legge elettorale
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Pubblicato da Enzo Conti
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Le preferenze elettorali ritornano al fulcro della discussione pubblica dopo anni di critica generalizzata.

Il mondiale di calcio non è ancora concluso e noi italiani ci siamo già trasformati da allenatori a esperti di normative elettorali, con un rinnovato interesse per le preferenze, ora nuovamente al centro del dibattito. Recentemente, il centro-destra ha proposto alla Camera dei Deputati di ristabilire questo sistema. Il Partito Democratico ha richiesto una votazione segreta, e 31 dissidenti della maggioranza hanno fatto deragliare la proposta, nonostante il sostegno della premier Giorgia Meloni e del partito Fratelli d’Italia. Ciò che è seguito è stato un tipico caos politico, con scambi di accuse e una comunicazione dai toni drammatici.

Preferenze elettorali e la fine della Prima Repubblica

Nel lontano 1992, l’Italia ha votato per l’ultima volta usando un sistema di preferenze elettorali per le elezioni politiche. Allora, Bettino Craxi era alla guida del Partito Socialista e Giulio Andreotti era il Presidente del Consiglio. Era il tramonto della Prima Repubblica, anche se nessuno sembrava ancora rendersene conto. L’anno precedente, un referendum promosso dall’esponente democristiano Mario Segni aveva visto un massiccio supporto popolare per l’abolizione delle preferenze multiple.

Già nel 1994, con la vittoria del nuovo centro-destra guidato da Silvio Berlusconi, le norme elettorali furono modificate a favore di un sistema maggioritario. Le preferenze elettorali furono eliminate a favore delle candidature nei collegi uninominali. Teoricamente, gli italiani continuavano a eleggere i loro rappresentanti, ma di fatto non era più così. Tutti i candidati, sia quelli uninominali che quelli nelle liste bloccate, venivano scelti esclusivamente dai leader di partito, basandosi più su affinità personali che sulla competenza o rappresentatività territoriale.

Selezione dei candidati all’estero con criteri più democratici

Con la fine dei partiti tradizionali, spazzati via dal ciclone giudiziario, rimasero in piedi quasi solo cartelli elettorali spesso guidati da figure carismatiche personali. Il peggio arrivò con il “Porcellum” nel 2005 e successivamente con l'”Italicum” nel 2015. Le preferenze elettorali scomparvero definitivamente, sostituite dalle nomine dei segretari di partito, che così potevano agevolmente portare in Parlamento amici e familiari. Questa pratica ha suscitato e continua a suscitare indignazione popolare.

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È interessante notare come all’estero il sistema delle preferenze elettorali sia quasi inesistente. Tuttavia, i partiti risultano essere più radicati e rappresentativi che in Italia. La differenza sta nei meccanismi di selezione dei candidati. Per esempio, in Germania e in Francia, non si arriva in Parlamento solo per essere alleati del leader di turno. Esistono criteri oggettivi come vincere primarie o congressi locali. Non che i sistemi politici stranieri siano perfetti, ma il caso italiano è piuttosto unico nel contesto occidentale.

Anche negli Stati Uniti, durante l’era Trump, dove il presidente tentava di escludere ogni avversario interno dalle candidature del Partito Repubblicano, per essere eletto al Congresso non bastava essere suo amico; era necessario superare le primarie, e il risultato non era mai garantito nei singoli collegi.

Clientelismo come causa del collasso finanziario

Bisogna ricordare il periodo turbolento del 1992-1993. L’Italia era sull’orlo del collasso finanziario. Il deficit pubblico superava l’11% del PIL, mentre il debito raggiungeva il 124% nel 1994. Tra la svalutazione della lira e misure economiche estreme, si verificarono anche le stragi mafiose e lo scandalo di Tangentopoli. In pochi mesi, una intera classe dirigente fu eliminata. Si temeva un collasso anche democratico. Senza l’ancoraggio all’euro e senza riforme impopolari, si paventava che una delle principali economie mondiali dell’epoca potesse collassare.

Le preferenze elettorali divennero in quegli anni il principale bersaglio di chi le considerava causa della cattiva politica. I candidati, specialmente nel Sud, “compravano” il consenso attraverso il clientelismo o il voto di scambio. Queste pratiche furono considerate le responsabili dell’aumento della spesa pubblica e del debito. L’eliminazione delle preferenze fu vista come un modo essenziale per ritornare a una gestione fiscale più sana. Il non detto era un altro: candidati legati ai territori avrebbero ostacolato le riforme, essendo troppo attaccati al consenso locale. Meglio sostituirli con figure meno impegnate e più controllabili dalle segreterie nazionali.

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Classe politica sempre più scadente

Vi era una certa veridicità nelle critiche, che influenzarono principalmente l’opinione di sinistra. Le preferenze elettorali erano effettivamente una fonte di corruzione. Non erano i più capaci a entrare in Parlamento, ma i più ricchi. Si sperava che con le liste bloccate si potessero selezionare parlamentari tra i “migliori”. In realtà, è successo il contrario. La qualità dei parlamentari è diminuita di legislatura in legislatura. Alcuni sono entrati grazie a un clic online, altri per legami familiari con i segretari, altri ancora per essere stati servili.

Le competenze sono spesso difficili da individuare, e la maggior parte degli eletti resta completamente anonima nei propri collegi. Nessuno li conosce, li ha mai visti o sentiti. Forse è anche meglio così.

Ma l’eliminazione delle preferenze elettorali ha portato i benefici sperati? Giudicate voi. La spesa pubblica, che si pensava sarebbe stata contenuta da Parlamenti meno inclini al clientelismo, ha continuato a crescere. I grafici sottostanti mostrano i dati dal 1992 al 2025. Il primo grafico mostra il rapporto con il PIL, il secondo si riferisce al netto degli interessi sul debito. Cosa scopriamo? Gli eletti durante la Seconda Repubblica non si sono dimostrati migliori dei loro predecessori. Se non fosse stato per la caduta dei rendimenti sovrani con l’ingresso dell’Italia nell’euro, forse saremmo già andati in default alla fine degli anni ’90. E a proposito, il debito pubblico è ora vicino al 140%.

Preferenze elettorali osteggiate da tutti i segretari di partito

Quale è stato il problema? Con la cancellazione delle preferenze elettorali, abbiamo indebolito il Parlamento, ovvero la classe politica. Essa è diventata più suscettibile agli interessi delle lobby, mentre si è distaccata dalla volontà degli elettori. La ridotta competenza ha aggravato il problema. Non basta appartenere alla famigerata “società civile” per sapersi muovere tra i banchi di Camera e Senato. La politica ha un linguaggio e regole comportamentali propri, e chi non li conosce, non li governa, rendendo un pessimo servizio ai cittadini. E conviene a tutti che sia così. Un Parlamento pieno di incompetenti diventa facile preda degli interessi esterni. Se una volta era necessario interagire anche in modi discutibili con i signori del consenso (vedi il malcostume delle tangenti), ora non è nemmeno necessario avvicinarli, dato che non contano nulla.

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Ripristinare le preferenze elettorali, tuttavia, sarebbe una soluzione illusoria. Se includo nella lista Tizio e Caio, entrambi solo perché miei sottoposti, al cittadino non resta che scegliere tra uno stupido e un cretino. Grande alternativa! Un vero miglioramento potrebbe avvenire solo introducendo forme di regolamentazione delle candidature, che dovrebbero passare attraverso meccanismi selettivi obbligatori come congressi o primarie locali. I partiti dovrebbero essere obbligati per legge, anzi per Costituzione, a mantenere una vita interna democratica. I candidati calati dall’alto sarebbero finalmente un ricordo. Dobbiamo essere onesti: nessun partito lo desidera, perché nessun segretario vuole rinunciare ai suoi fedeli lacchè per sostituirli con menti pensanti.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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